venerdì 11 maggio 2012

Ciaravügliu: viaggio tra storia e tradizioni.


Con il termine ciaravügliu si vuole indicare il frastuono che si fa quando due vedovi si ri-sposano. Un gran frastuono che non smette finché le richieste di cibi e bevande fatte agli sposi  non vengono esaudite e offerte a chi si è radunato sotto le loro finestre. Da quando abito a Isolabona alcun ciaravügliu è stato fatto, quando abitavo nella mia Brianza non ne avevo neanche mai sentito parlare. Questa sera curiosano nel sito di Marino Cassini, ho riletto il paragrafo che porta questo titolo. Trovo molto interessante l'analisi fatta, un viaggio non solo in Italia ma anche in altre parte del mondo. Il nostro ciaravügliu trova sicuramente molte analogie con ciò che avveniva già nel 1600  in Francia dove chi si ri-sposava ...andate a scoprirlo leggendo quanto segue. Una tradizione che mi piacerebbe sapere se presente in altre zone d'Italia con nomi simili.


                            U CIARAVÜGLIU
                                 Di Marino Cassini  e Maria Luisa Saettone
Se è vero quanto scrive Tacito a proposito dei Germani e cioè che presso quel popolo solamente le vergini si sposavano e una sola volta si compiva la speranza e il desiderio di maritarsi  (De Germania, cap. XIX), dobbiamo ammettere che anche presso i Liguri, seppur a distanza di tempo, tale legge ha avuto una parte preponderante nell'ambito dell'istituto familiare se, ancor oggi, in alcuni paesi si riscontra l'avversione per le seconde nozze.
Lo sfavore per le seconde nozze trova analogie in altre parti d'Italia e anche in altre parti del mondo. Presso le caste indiane dei Kurmis e dei Bant, ad esempio, le vedove che si risposavano perdevano diversi diritti tra cui quello di assistere alle cerimonie religiose. Una ragione di tale comportamento è forse da ricercarsi nel sentimento religioso che vede nei binubi degli “adulteri speciosi". Fortunatamente la legge mosaica della lapidazione per adulterio è  caduta in disuso ed è stata sostituita da una azione  giudiziale-pubblica che si conclude invariabilmente con una elargizione da parte dei due sposi di un quid in natura (vino, cibarie, leccornie...) quasi a risarcimento di un ipotetico  danno morale alla società.


Come tale uso si sia diffuso nella Liguria occidentale è assai problematico precisarlo; con ogni probabilità fu importato nel Medioevo da qualche  Albigese buontempone al quale non andavano affatto a genio le teorie manichee dei catari-patari molto affini a quelle dei Germani descritti da Tacito. 
Nella Val Nervia questa azione giudiziale-pubblica prende il nome di "ciaravüglio", un nome, direbbe Manzoni, eteroclito e bisbetico, la cui etimologia si può far risalire al francese  “charivari", che, a sua volta, come sostiene Van Gennep nel suo Manuel de folklore français, potrebbe etimologicamente risalire al  greco 'carà (testa) e 'barùs' (frastornato) cioè 'stordimento mentale provocato da frastuono'. E, per la verità, durante il 'ciaravügliu' di frastuono ce n'è parecchio.
Tutta l'operazione avveniva la sera stessa delle nozze oppure al ritorno dal tradizionale viaggio, poco dopo l'imbrunire.
Mentre le finestre di fronte o adiacenti a quelle della casa  degli sposi si riempivano di gente schiamazzante, sulla piazza principale del paese si formava un corteo, capeggiato da un banditore, u gran ciaravüglièè, cui era demandato il compito di leggere agli sposi l'accusa (il bimatrimonio per uno di essi o raramente, per entrambi),  la sentenza (la fase interlocutoria del processo era inutile perché la prova era palese)  e di specificare la pena che consisteva in una pubblica distribuzione di vino, cibarie, biscotti  e focaccia. Per dare più solennità alla cerimonia il gran ciaravüglièè, parato a festa, si presentava a dorso di un mulo o di un asino essi pure bardati con gualdrappe.  Al suo seguito uomini, donne, giovani e ragazzi armati di campanacci, padelle teglie, cembali, tamburi, trombe, barattoli vuoti e altri arnesi rumorosi con i quali davano vita ad un baccano infernale dirigendosi sotto le finestre degli sposi. Lì giunti, veniva letta la sentenza e veniva pattuita con lo sposo l'entità della condanna. Nella maggior parte dei casi le condanne venivano subito scontate, poiché i due sposi facevano buon viso a cattivo gioco; altre volte, invece, le finestre rimanevano ostinatamente  chiuse, nonostante il frastuono crescesse. Se nulla veniva concesso, a mezzanotte tutto cessava per riprendere la sera appresso con clamori ancor  più ampi e con un aumento delle pene da pagare.
Non c’era via di scampo: la manifestazione cessava  solo quando  gli sposi concedevano al paese quanto veniva loro chiesto. Solo allora tutto si acquietava quasi d'incanto; il frastuono cessava e con esso cessavano anche i canti 'di fescennini  ricordi’.
Gli ultimi ciaravügli di cui si ha notizia sono quelli di una coppia di due vedovi e di un cittadino di Dolceacqua  la cui  vicenda finì persino  sui giornali locali. Il vedovo si rifiutò per alcune serate di 'pagare' l'ammenda, ma alla fine dovette cedere e offrì i frutti del suo lavoro a tutti gli intervenuti. Poiché  si trattava del farmacista, l’offerta consistette in emetici e lassativi, olio di fegato di merluzzo e supposte varie. L’offerta fu, ovviamente, respinta. Il farmacista ricorse allora ad un cavillo legale. Essendo divorziato e non vedovo, come prescriveva la tradizione, non riteneva che gli si dovesse fare il ciaravügliu, essendo questo limitato ai soli vedovi o vedove. La vicenda tra il divertimento generale andò avanti per alcuni giorni. Alla fine dovette piegarsi alle esigenze della tradizione.

Se nei paesi e nelle borgate liguri il processo popolare si risolveva in un simposio all’aperto, nella città di Nizza, nel 1600, il Comune pensò di tassare addirittura i vedovi e le vedove che si risposavano.
Nell’Archivio comunale della città esiste un regolamento della locale polizia risalente all’8 giugno 1614 il quale disciplina la materia in occasione di feste popolari come il carnevale e altre feste o manifestazioni casuali che si verificavano durante l’anno. Il regolamento è riportato per esteso in un protocollo del Notaio Maria-Aureliano Milonis di Nizza. Nel documento si precisa che  per ordine dei Consoli venivano nominate quattro classi di Priori e Abbati incaricati di vegliare sul buon ordine cittadino, sia in città che nei paesi, in occasione di feste, danze, nozze e festini. Esisteva, quindi, una classe di tutori per la nobiltà, una per la borghesia, una per gli artigiani e una per la plebe.
A proposito del ciaravügliu (chiamato  nel documento notarile charivari) si legge:
“Il diritto del charivari è così fissato:  Il nobile che passi a seconde nozze pagherà agli Abbati  quattro scudi d’oro; per la dispensa dal charivari un borghese ne pagherà tre; un artigiano due; un operaio o un paesano uno.  Le vedove che sposino un giovanotto sono sottoposte allo stesso pagamento.
Se i due sposi sono entrambi vedovi, il pagamento sarà raddoppiato; in caso di rifiuto gli Abbati di ogni classe sono autorizzati, col permesso del Governatore e dei Consoli, ad effettuare il charivari per tre giorni consecutivi, controllando affinché non si verifichi alcun disordine.
Ogni straniero che sposi una signorina, o una vedova, della città o del paese, non potrà condurre con sé la moglie senza avvertire, tre giorni prima della partenza,  gli Abbati della classe alla quale appartiene, affinché questi provvedano a far accompagnare gli sposi con gli onori dovuti,  In tal caso gli Abbati radunano la gioventù e nel giorno indicato, in abiti festivi, muniti di strumenti, si recano presso la casa dove alloggiano gli sposi , per accoglierli e accompagnarli in corteo fuori città, attraversando la porta designata a ciascuna classe: la Porta della Marina per la nobiltà; la Porta del Ponte per la borghesia; la Porta Pairoliera per gli artigiani; la Porta di Saint Eloi per la plebe.  Il corteo ha un percorso prestabilito: sulla strada verso Villafranca, sino al mulino di Riquier; per la strada verso Cimiez e S.t Barthélemi, fino al Mulino del Bosco; sulla strada verso il Piemonte fino al Monastero di S.t Pons e su quella verso il Var sino all’Abcurator. La riva del mare servirà come limite in caso di partenza via mare.
I diritti di accompagnamento sono stabiliti nella stessa misura di quelli per il charivari, in proporzione cioè ad ogni classe.
In caso di rifiuto di pagamento gli Abbati, dopo aver esaurito ogni procedimento di convinzione, preso ordine dal Governatore e dai Consoli, hanno il diritto di inchiodare le porte dei renitenti e di impedire la loro uscita etc.,etc.  “ Che cosa si nasconda dietro i due eccetera non è specificato

9 commenti:

  1. E' una tradizione che dovrebbe essere ripresa ma ahimè....... siamo nel 2012

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    1. Fuin cosa dici? Bisognerebbe fare un ciaravügliu alla settimana.

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    2. Albè ... bisognerebbe ma i muli son stanchi e i cavalli i sun sbursi

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  2. Io di ciaravügli ne ho fatti quattro o cinque. Il primo a sei anni, ero con mio zio Ferdinando che era il capo e come strumento avevo un picùn (campanaccio).

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  3. Dovevo immaginarmelo che aveva alle spalle una storia così intensa, anche se intrisa di oscurantismo arcano, storia qui ricordata in modo egregio. Mi passa la voglia di usare ancora il termine in senso scherzoso ...

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  4. Sempre tante informazioni curiose qui da te! :)
    un caro saluto ed un augurio a Te come mamma!! Ciao!

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  5. Cara Roberta, è la prima volta che sento questo termine, come dell'usanza di chi si ri-sposava.

    Buona serata.

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  6. ho un ricordo vivo di un "ciaravugliu" durato settimane, fino alla resa degli sposi con un banchetto finale e vino a volontà. ero piccola, ma avevo partecipato anch'io... ricordi troppo lontani, ma ancora nitidi!buon pomeriggio!

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  7. Da almeno un decennio non sentivo più questo termine, non vi ho mai partecipato, ma ho ascoltato alcuni racconti piacevoli sull'argomento dai nostri 'veci'. Brava per la riscoperta!

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