domenica 29 maggio 2011

Marino Cassini, oggi compie Ottanta anni.

10 aprile 2011, Marino a casa di Nella
Oggi è un giorno speciale per Marino Cassini, ricorre infatti il suo OTTANTESIMO anno di vita. Che sia legata a Marino da un grande affetto l'ho già dimostrato scrivendo tanto di lui, sulla sua pagina di facebook è un susseguirsi di auguri di amici, mi piacerebbe che anche qui ne rimanesse traccia. Marino riesce a trasformare ogni suo ricordo in un racconto e lo ha fatto anche qualche settima fa quando gli chiesi se anche lui fosse stato battezzato nella fonte battesimale che si trova nella chiesa di Isolabona questa, leggete un po' cosa mi ha risposto.

Marino Cassini scrive:


Cara Robbie,             
la tua domanda  se sono stato battezzato alla fonte battesimale della Chiesa di Santa Maria Maddalena ha fatto riaffiorare nei  miei precordi  un un episodio sopito, risalente a ottantanni fa. 
Era una sera della primi giorni del giugno 1931, e probabilmente era una sera calda e serena, di quelle che invogliano un innamorato a fare una serenata a suon di chitarra o ad una o più persone felici a festeggiare qualcosa di gradito. 
Era il giorno in cui fui battezzato alla fonte battesimale che tu hai illustrato nel tuo blog con dovizia di particolari. Quella strana serenata fatta a un bimbo in fasce, che forse dormiva, mi fu raccontata parecchi anni  dopo da mia madre.
Ero il primo maschio nato in famiglia per cui mio nonno, mio padre,  i miei zii, unitamente ad una schiera di loro amici, (alcuni dei quali appartenenti alla banda musicale del paese) si radunarono per un concerto estemporaneo."dau butteghin" , a quell'epoca assai poco illuminato... tranne la presenza di una luna piena  e di numerose stelle. 
Mio padre suonava la sua inseparabile tromba, mio nonno il trombone, mio zio Edoardo la chitarra,  Ercole (quello dell'osteria) il tamburo e altri loro amici gli strumenti di cui erano in possesso.
Tutti quanti, un po' ebbri e su di giri per una visita all'osteria e alle cantine ben fornite di rossese autentico che  alcuni di essi avevano messo a disposizione, festeggiarono in modo alquanto rumoroso il mio battesimo, con un concerto estemporaneo, attirandosi le ire e i mugugni di chi già dormiva e in particolare modo i severi rimproveri del maestro di musica del paese che già era immerso nel sonno, quel Mario Cassini che tu ben conosci per aver letto il suo diario di prigionia, scritto  durante la guerra.
Ma il nostro rossese è troppo  buono per lasciar strascichi  e per non riuscire a sopire gli scatti improvvisi d'ira. E così la serenata finì con una ennesima bevuta e con un ritorno a casa per tutti i partecipanti.
Solo ora mi chiedo: "Avranno svegliato anche me?"
Un ricordo, cara Robbie,  rimasto sopito per ottantanni. Ecco perché, con grande piacere, rispondo  di sì alla tua domanda.
Un saluto da
San Ciro Misani ... o pardon!  Marino Cassini.

AUGURI MARINO, UN ABBRACCIO FORTE FORTE.



10 aprile 2011, Marino a casa di Nella

venerdì 27 maggio 2011

Il Monochamus sutor, un Coleottero che minaccia i nostri boschi

Qualche giorno fa in campagna durante una breve pausa, ho notato una strana creatura che aveva deciso di usare il mio finestrino per effettuare alcune acrobazie. Avendo con me la Nikon, non ho resistito a immortalarlo. Dall'aspetto curioso, pensavo di inviare a Giancarlo Castello, l'entomologo che ci fa conoscere la fauna che ci circonda, un esemplare di chissà quali qualità benefiche invece...ho scoperto questa sera che questo Coleottero e i suoi simili, sono diventati i vettori di una micidiale malattia dovuta a un nematode...I nostri boschi sono continuamente minacciati dall'uomo, purtroppo, anche la natura ci mette del suo e quando si scomoda fa le cose in grande!!!
Vi lascio alla scheda di Giancarlo Castello che saluto cordialmente senza però prima ringraziarlo per la sua preziosa collaborazione..

QUANDO UN VERME SI SERVE DEL TAXI
Di Giancarlo Castello

Anche in questa nostra nuova puntata sulla Natura stiamo per incontrare un essere davvero particolare. Indispensabile conoscerlo, non tanto per la bellezza della sua Famiglia e l’importanza biologica che riveste, piuttosto per il ruolo che ha assunto all’interno di un’insidia divenuta verità scientifica... Ma cominciamo dall’inizio, come siamo abituati a fare, e analizziamo tutti gli aspetti di questa storia, piuttosto inquietante.


La Famiglia a cui appartiene è quella dei Cerambicidi (o Longicorni), coleotteri facilmente riconoscibili per le antenne, in molti casi lunghe quanto il corpo e oltre. Nonostante il loro aspetto a volte poco rassicurante, si tratta di insetti innocui, in nessun modo aggressivi, che non si curano minimamente della nostra presenza. Tutta la Famiglia comprende 268 specie, tra cui il coleottero in questione, che rientra nel genere Monochamus, distinto in: Monochamus galloprovincialis, Monochamus saltuarius, Monochamus sartor, infine Monochamus sutor, il nostro insetto misterioso. Tutte e quattro le specie, fungono da mezzo di trasporto per un malefico organismo che in altre parti del mondo ha già creato veri e propri disastri…

Foto inviatami da Giancarlo Castello


Foto inviatami da Giancarlo Castello

Il Monochamus sutor si riconosce non troppo facilmente tra i suoi congeneri, ma vediamo di descriverlo con una certa precisione. Mentre le tre specie affini sono solitamente scure e lasciano scorgere a malapena i fregi e la punteggiatura, la specie sutor è molto più luminosa e mostra lo sfondo grigio beige, in mezzo alla maculatura e ai disegni formati da peli chiari. Il capo è robusto, a cono verso il basso, simile a quello delle cavallette, sormontato da robuste antenne fatte a segmenti anulati di nero, nel maschio più lunghe che nella femmina. Ai lati del collo è visibile un’escrescenza, come una sorta di spina. Il fondo delle elitre è tondeggiante, mentre il bordo laterale delle medesime è sinuoso, a onda. Solitamente l’insetto è lungo due centimetri e mezzo, senza contare le antenne. Nelle annate regolari, senza troppi sbalzi di calore o freddi improvvisi, si può osservare nella fase adulta da giugno a settembre, altrimenti può subire anticipi o ritardi di un mese. Vive, non oltre i seicento metri, sulle sue piante preferite, ovvero varie Conifere o ammassi di loro tronchi tagliati e accatastati. Questo perché le femmine, dopo l’accoppiamento, inseriscono le loro uova tra le fessure degli abeti, dei larici o, in Europa, più facilmente sui pini. Le larve scavano gallerie di circa 15 cm e larghe 8 mm, da cui fuoriescono raggiunta la maturità, dopo poco più di un anno, con 4 mute e la costruzione di una camera speciale dove trasformarsi. Quest’ultimo stadio, la fase pupale, dura circa una ventina di giorni. Gli adulti si nutrono di germogli e parti tenere delle loro piante preferite, quindi si considera dannosa la loro presenza sulle Conifere sia da larva che da adulto. Se si prendessero in esame soltanto i suoi nemici naturali, come il fungo microscopico Beauveria bassiana, come si faceva fino a pochi anni fa, sapremmo che da soli basterebbero a bloccare gran parte dei danni...
Ma qui comincia una storia ben diversa in cui le nostre quattro specie di Monochamus, senza sapere neppure ciò che stanno facendo, sono diventati i vettori di una micidiale malattia dovuta a un nematode, una specie di verme di un millimetro che, in questo caso, ha assunto il ruolo di parassita distruttivo. Tra le novemila specie esistenti di Nematodi, questa è particolarmente nefasta per molte Conifere. Il suo nome è Bursaphelenchus xylophilus, vale la pena ricordarlo perché lo sentiremo purtroppo nominare molto presto. Introdotto in Giappone da altri paesi asiatici ha iniziato la sua opera devastante, attribuita dapprima a chissà quale misteriosa malattia. In Europa è giunto alle soglie del 2000, annientando i pini marittimi di una vasta zona del Portogallo. Dato che anche in Francia sono stati accertati dei focolai di infezione, prima o poi dobbiamo aspettarci la presenza del verme.


Foto inviatami da Giancarlo Castello


Il nematode trasportato dal nostro insetto attacca anche larici e cedri, ma le piante europee più sensibili sono i pini, in particolare: pino nero, silvestre e marittimo. Si rende necessario prepararci per tempo e diventare acuti osservatori della presenza degli insetti vettori, vale a dire le quattro le specie di Monochamus, come abbiamo detto, tra i quali abbiamo fornito un’immagine dall’alto soltanto delle femmine, tralasciando i maschi. Il Bursaphelencus xylophilus si serve dei coleotteri descritti, sopravvivendo al loro interno in numero rilevante (fino a 200 mila individui). Il relativo ciclo biologico è collegato al suo speciale taxi, che lo scarrozza da una pineta all’altra, mentre i tronchi accatastati si infettano facilmente per contatto. In primavera gli adulti di Monochamus escono dal legno morto, perciò infettato, dove stavano nascosti durante la stagione fredda. Iniziando a rodere parti giovani di piante ancora sane offrono un nuovo approdo ai parassiti. Le larve dei nematodi fuoriescono dalle trachee respiratorie dell’insetto e si insinuano nelle ferite vegetali, sviluppandosi fino allo stadio di adulto. I nematodi gradiscono succhiare i canali della resina, disseccandone la produzione. Mentre i parassiti sono resistentissimi, non muoiono neppure con il disseccamento, né se vengono congelati, i pini muoiono molto presto, in pochi mesi, seccando gradatamente e visibilmente. Quando la pianta sta per morire, in concomitanza dell’autunno inoltrato, i parassiti diminuiscono, rimanendo solo le larve più resistenti al gelo che iniziano a cibarsi di uno speciale fungo azzurro delle conifere, molto deleterio.

Foto inviatami da Giancarlo Castello

Negli stessi tronchi dormono le pupe del nostro coleottero, in quella famosa fase pupale, non certo danneggiate dal deperimento dell’albero. Prima che queste si trasformino in adulti, i parassiti mutano ancora in individui da trasporto che non si nutrono ma che aspettano all’interno del loro veicolo vivente. Il ciclo riprenderà con il volo degli adulti del coleottero sulle piante nuove.
E’ importante altresì imparare a valutare alcuni segni degenerativi dei pini. L’infezione si mostrerà all’improvviso e sarà necessario avvisare le Autorità competenti, compreso il Corpo Forestale. Osservando cataste di pino è opportuno rilevare una colorazione verdastra o azzurrognola, diffusa tra i cerchi dei tronchi, segno della presenza dell’infezione del fungo Ceratocystis, ovvero la botta finale subita dall’albero. Per lo stesso motivo, se le piante iniziano a scortecciarsi, osservate il colore delle parti nude. Potrebbe essere l’occasione per salvare una pineta dall’epidemia, molto più che amare la natura in modo solamente astratto.

Giancarlo Castello

mercoledì 25 maggio 2011

Pensiero, poesia di Annarita Ruberto





Ho appena fatto visita al blog di Annarita, questo e ho letto una sua poesia dal titolo Pensiero. L'ho trovata stupenda e non ho resistito a condividerla. Ammiro e stimo Annarita come divulgatrice scientifica, adoro leggere le sue poesie che sanno trasmettere emozioni e offrono molteplici spunti di riflessione. Grazie Annarita.


Pensiero

Nasce tremulo,
incede esitante.

Si ferma un istante
poi avanza sicuro.

Si libra lieve e ineffabile,
irraggiungibile e inafferrabile,
là dove non ci sono confini.

(Annarita Ruberto)

martedì 24 maggio 2011

Isolabona concorso "carrugi, balconi e scorci fioriti " 1° edizione



Nell’ambito del concorso nazionale dei Comuni Fioriti d’Italia 2011 il comune di Isolabona istituisce il concorso "carrugi, balconi e scorci fioriti " 1° edizione. Sono ammessi al concorso scorci ed angoli caratteristici di carrugi, balconi, finestre e dehor ricadenti nel territorio comunale di Isolabona. La partecipazione al concorso, che 
prevede l’abbellimento a tema libero ed a proprie spese, è totalmente gratuita a tutti i residenti e/o domiciliati presso il comune di Isolabona.   

Questo che avete appena letto è il bando del primo concorso istituito dalla nostra Amministrazione Comunale per il concorso di Isolabona fiorita. A questo link potrete trovare il modulo per aderire alla iniziativa.  Isolabona fa parte dei Comuni Fioriti e ha già ottenuto un riconoscimento infatti, presto, potremo leggere sotto il cartello stradale che indica l'inizio del nostro territorio  Comune Fiorito 2010, un bel riconoscimento!!!
Si tratta di una bella manifestazione che porterà colori e profumi  nuovi nel nostro già variopinto borgo!!!



lunedì 23 maggio 2011

In volo nel nostro cielo.

Cliccate sull'immagine


Questa mattina mi trovavo in Treixe e durante una pausa ho fotografato il volo di una libellula. Questa che vedete è la fotografia migliore che ho scattato.  Al mio rientro a casa ho alzato gli occhi in direzione della Mara  e cosa vedo? Un parapendio in volo!


Oggi il cielo era bellissimo e la pace di cui ho goduto credevo fosse speciale ma...chissà da lassù! 
Conosco persone che hanno provato il brivido di un lancio senza essere esperti di volo, io non ci riuscirei mai. Invidio chi riesce a sfidare le proprie paure e a godere della sensazioni uniche che solo il volo ti può dare!!!

venerdì 20 maggio 2011

Immagini del Genere Orobanche - Orobancacee, ma quale?



Quelle che vedete sopra sono immagini che ho scattato lunedì mattina in una località del nostro territorio chiamato Treixe. In questo luogo la mia famiglia acquisita possiede da secoli terreni. Prima di dedicarmi allo scopo per cui mi trovavo li, ho fatto un giro con la speranza di trovare un soggetto interessante da fotografare. La natura in questo luogo ci offre notevoli spunti e lunedì ne ho trovato uno. Si tratta di una pianta di cui non conoscevo il nome appartenente alla famiglia delle Orobancacee. Di primo acchito pensavo di essermi imbattuta in una orchideacea, ma quale? Ho inviato così le fotografie ad Alfredo Moreschi, il fotografo di San Remo che possiede uno tra gli archivi storici più completi della nostra zona che è anche un esperto di fiori spontanei del nostro territorio. Moreschi rispondendomi mi ha inviato i suoi appunti relativi a questa pianta. Leggendola mi sono resa conto di aver fotografato una pianta alquanto strana, una pianta che non produce clorofilla, una pianta classificata come parassitaria e i cui semi possono resistere anche fino a sette otto anni prima di trovare il loro habitat naturale per germogliare.
Per classificare la mia Orobanca, dovrò prima scoprire il nome dell'albero su cui si è sviluppata, non sarà difficile ma lo farò nei prossimi giorni. Vi lascio alla lettura della scheda di Alfredo Moreschi e all'immagine della Chiesa dedicata a San Michele che si trova in Treixe.


Alfredo Moreschi scrive:

Le Orobancacee sono piante fondamentalmente appartenenti alla flora delle regioni temperato calde dell’Europa, Africa boreale ed Asia extratropicale, poche di esse nascono ai Tropici e nell’America latina.
Compongono una famiglia relativamente numerosa perché comprendono una dozzina di Generi con un totale di circa 150 unità linneiane, un centinaio delle quali si attribuisce ad Orobanche, il raggruppamento tipico della famiglia che da esso prende nome, rappresentato nella vegetazione spontanea italiana, con oltre 30 specie, una ventina delle quali vive in Liguria.
Sono vegetali parassiti su numerose piante dei nostro panorama naturale, designati con un nome riportato da Dioscoride nelle sue opere ed originato dalla fusione delle due radici greche "òrobo" (battesimo di una Leguminosa affine ai Latiri) ed "angkein" (strangolare), affermazione del poco lodevole giudizio di "piante che uccidono".
La loro vita vegetativa presenta una serie di curiose modalità, come la grandissima quantità di semi prodotti da una sola pianta (circa 100.000), tutti inseriti in minuscole cellette.
Il vento, facendo vibrare lo stelo, si incarica della diffusione dei grani, forniti tra l'altro di una prodigiosa resistenza che permette loro di mantenere allo stato latente la totale potenzialità generativa per sette, otto anni.
L'acqua piovana ne favorisce l’infiltrazione progressiva nel terreno e, quando le semenze entrano in contatto con la specie desiderata, germogliano saldandosi con la loro radichetta all'ospite, penetrandolo sino a raggiungere i fasci vascolari della radice infestata per cominciare la loro esistenza di sfruttatori. Louis Augustin Bosc, ispettore dei vivai napoleonici autore di una cospicua collaborazione all’importante edizione curata dall'Istituto di Francia il cui titolo è Nuovo Corso di Agricoltura scrisse nel capitolo dedicato alle Orobancacee, che in Italia i contadini mangiavano abitualmente lo stelo di una specie (probabilmente Orobanche major) trovandolo di sapore molto simile a quello degli Asparagi.
Lo stesso autore francese riporta anche il giudizio diffuso fra la gente di campagna “Molti le credon proprie ad eccitar desideri amorosi negli uomini e negli animali pascenti “.
Ciò confermerebbe quanto in precedenza aveva riferito Andrea Mattioli il quale, battezzandoli "Herba tora", giustificò tale nome affermando: “Per vero è stato sperimentato che le vacche, subito che le mangiano, vanno al toro”.
A parte queste illazioni ormai datate, attualmente senza alcun riscontro probante, gli Orobanche si dimostrano interessanti più per i danni arrecati alle colture, che per eventuali possibili vantaggi
Caduti tutti gli utilizzi medicinali di queste piante, un tempo ritenute di qualche utilità come antispasmodico, calmante ed antidiarroico ed usate contro la scabbia, anche tutti i tentativi di introdurle nel giardinaggio sono falliti.
Attratti dagli smaglianti colori e dalla curiosa morfologia alcuni orticoltori ne hanno tentato l'adattamento e la coltivazione, ma si sono trovati di fronte ad insormontabili difficoltà dovendo coltivare nello stesso tempo sia la pianta da parassitare che gli Orobanche ed attendere a lungo prima di poter conoscere i risultati dell'operazione.
Benché la loro classificazione sia tutt’altro che facile e richieda cultura specifica ed un testo aggiornato e specifico, non è difficile riconoscere queste piante che si presentano sostanzialmente con epidermide diversamente colorata, mai verde.
Sono annuali o perenni, con fusti ispessiti o bulbosi alla base, semplici, scagliosi e privi pertanto di foglie come sono comunemente intese e capaci di svolgere la funzione clorofilliana, sostituite da scaglie.
I fiori, variamente colorati, biancastri, azzurrognoli, giallastri, porporini, sanguinei o celesti, sono riuniti in spighe nelle quali gli inferiori sono sovente privi di peduncolo. L'intero fiore corrisponde marcatamente ad una costante asimmetria, con il calice diviso in due parti nella porzione posteriore, divisioni che possono essere tanto intere che separate da una fessura.
La corolla, usualmente arcuata, è divisa nella parte alta in due labbri, il superiore intero o incavato, l'inferiore a tre lobi patenti; gli stami sono quattro (2 più corti) saldati con la corolla alla sua base o tutt'al più nella metà inferiore dei tubo.
Nella spiga, costantemente terminale, ogni fiore è accompagnato da una brattea sempre opposta al fiore stesso. Le varie specie differiscono anche per la presenza o l'assenza di profumo; il nettare, quando è presente, viene secreto da un disco ipogino. Molte specie hanno inoltre sapore amaro, aspro e pungente. Le premesse che abbiamo sopra ricordato a proposito delle difficoltà di orientamento in questo particolarissimo genere, inducono ad indicare un ridotto schema illustrativo delle specie liguri accomunandole, per agevolare il lettore, alle piante più comunemente parassitate.


Ringrazio ancora una volta il Sig. Alfredo Moreschi per la sua disponibilità nella divulgazione delle specie che abbelliscono il nostro territorio.

sabato 14 maggio 2011

Isolabona, porta con architravi e piedritti in ardesia

Luciano Gabrielli in un recente commento a un post scrive:

Mi sembra che, a differenza di altri paesi della zona, ad Isolabona architravi di questo tipo non siano frequenti, io personalmente non mi ricordo di averne visti altri, ma forse Roberta ne ha scovato qualcuno in più.

Proprio così Luciano e non si tratta di un singolo architrave ma di una porta completa di piedritti e di una mezza finestra. In questo periodo non posso fare a meno di girare nei nostri carugi e di cercare elementi architettonici che rievocano un passato medioevale. 


Isolabona Via Gioberti

Isolabona Via Gioberti


Questa casa come si può vedere è ridotta a rudere. Gli elementi architettonici ripresi in fotografia, ci fanno pensare che questa casa un tempo fosse appartenuta a una persona di rilievo e di indubbia situazione economica agiata. Si trattava sicuramente di una persona in vista ma chi? A Isolabona si sono perse tutte quelle memorie, che in altri luoghi sono riusciti a conservare, riguardanti dove abitavano le persone importanti. Ad esempio nel manoscritto di Giò Antonio Cane, si fa cenno ad una "Casa Salvagni" che si dovrebbe trovare in prossimità di piazza Santo Spirito ebbene, non solo non riesco a trovare informazioni su questa casa ma nemmeno sulla famiglia che sembra non avere nessun riferimento con Isolabona. Un vero peccato perdere sulla strada del tempo tanta storia di Isolabona.

Per quanto riguarda i recenti interventi per la collocazione dei contatori ENEL, evitiamo commenti!!! 


venerdì 13 maggio 2011

Rondini e nidi nei carugi.



Questo pomeriggio ho fatto un giro nei nostri carugi nella speranza di scattare qualche foto, sono stata premiata da queste Rondini indaffarate a preparare il nido per la nuova famiglia. Uno spettacolo che si ripete ogni anno.  In certi casi, come questo appena sotto, basterebbe allungare la mano per toccarle...



Queste invece hanno scelto un luogo irraggiungibile...


I

martedì 10 maggio 2011

Isolabona, architrave del 500 in ardesia.



Piazza Martiri Isolabona, architrave in ardesia del 500. Questo è forse l'unico architrave in ardesia presente a Isolabona. Si trova sulla Piazza principale del Borgo. La storia di questa casa  è legata ai Doria e successivamente alla famiglia più in vista del luogo i Noaro, ve ne parlai qui.  Oggi questa porta immette in una abitazione privata. Al centro dell'architrave si intravede quello che rimane di un antico stemma, ma quale? Quello dei Doria e cioè l'aquila nera? Purtroppo non si riesce a capire da ciò che è rimasto, sembrerebbe che sia stato picconato. Non mi parrebbe strano che dopo la caduta dei tiranni, si sia voluto rimuovere ogni simbolo che riconducesse a loro.


Cliccare sull'immagine per ingrandire

Voi riuscite a vedere qualcosa in quello che rimane di questo stemma?

sabato 7 maggio 2011

Ecco cos'è, una Fonte Battesimale

 


Entrando nella nostra chiesa parrocchiale dalla porta sinistra, ci si trova di fronte a questa Fonte Battesimale per aspersione.  Eccovi alcuni particolari.


                                              Fonte  Battesimale aperta.



l bassorilievo che raffigura il Battesimo di Cristo è stato eseguito in gesso. Mi fa pensare che sia stato eseguito  in un secondo tempo.



                                                 Particolare della vasca.



La colonna presenta notevoli segni del tempo.  La loggia in cui è stata collocata lascia intravedere le pietre usate per costruire la chiesa.  Brava Raggio!!!
In attesa di avere notizie interessanti su questa Fonte Battesimale, vi auguro una lieta domenica. 

venerdì 6 maggio 2011

Cos'è?


Questa fotografia l'ho scattata qualche giorno fa. Riprende l'interno di cosa? Il materiale è marmo. Si tratta di un pezzo molto antico appartenente alla nostra comunità. Dai provate ad indovinare!!!

Sonetto inedito di Marino Cassini per chiedersi: dov'è finito l'Angelo?

Qualche giorno fa ho ricevuto una e-mail dal nostro compaesano Marino Cassini con un allegato speciale. Si tratta di un sonetto inedito composto in onore della scultura realizzata da David Maria Marani e appesa all'arco che immette dal ponte vecchio alla Bunda, l'Angelo. Questo faceva parte di una serie di nove statue acquistate dal Comune dedicate al ciclo delle arpe nelle varie epoche storiche. Come vedrete nella foto, non c'è più. Che non fosse un Angelo dal viso bello e rassicurante, lo avevamo notato tutti...ma una domanda sorge spontanea: Dov'è finito? Qualcuno è al corrente di qualcosa?
Vi lascio a ciò che ha scritto Marino.

Marino Cassini scrive.

Cara Robbie,
Molto tempo fa ti inviai il Lamento su Re David, la statua ingiustamente "parcheggiata" dietro casa mia e in completo abbandono.  Oggi, rovistando in uno scatolone pieno di fogli, mi è venuto tra le mani un sonetto che anni fa scrissi, ispirandomi ad una scultura appesa, sul Ponte vecchio,  proprio alla chiave di volta dell'arco che immette all'inizio di Via Veziano (la Bunda)  sotto una finestra.  Raffigurava un angelo dall'aspetto serio, truce, per nulla sorridente come invece dovrebbero essere gi Angeli,  Avrai già capito che non mi piacque... ma mi ispirò un sonetto.  Chissà che fine ha fatto il povero angioletto. Un giorno, tornando nella mia Itaca non l'ho più visto. 
Credevo di aver perso il sonetto ed eccolo risuscitare dalle ceneri come un'Araba Fenice.
Te lo allego.

CONSIDERAZIONI DEL NUNZIO ANGELICO  SAN CIRO MISANI
SULLA PORTA  D-ACCESSO AL BORGO DI  ISOLABONA

Per lei si va nell’Isola silente,
Per lei si va tra i ‘lisurenchi’ veri,
Per lei si va tra la solerte gente
Dai modi assai cortesi ma severi.

La progettò un abile architetto
Con l’ausilio di validi artigiani,
E all’arco conferì austero aspetto
Usando il suo talento a piene mani.

Mi posero costì quale cartello
Per indicar la via agli alti piani,
Ai caruggi, alla Chiesa e al Castello.

Ma inutile io son per indicare,
Col mio aspetto serioso e poco bello,
La sua funzion. Basta oltre passare.