mercoledì 30 dicembre 2009

Buon anno a tutti voi

Che possa essere il 2010 un anno ricco di serenità e di gioa per tutti voi.

Roberta di poche parole.

martedì 29 dicembre 2009

Toponimo oscuro Paste, il suo significato etimologico.


Isolabona vista dalla Mara

Qualche giorno fa ho trovato un commento al post dedicato ai toponimi di Isolabona questo.
Nel post è riportato l'elenco redatto da Paolo Veziano dei toponimi delle zone olivicole presenti sul nostro territorio, questi dati sono stati trascritti dal registro del Catasto delle zone olivicole del 1831.
La lista ci fornisce ahimè solo il nome geografico attribuito a queste zone ma non fornisce il significato etimologico.
Sappiamo che la scienza della toponomastica affonda le sue ricerche nel campo storico, geologico, sociologico e in quello folkloristico e fantastico, legato a fatti avvenuti, a leggende, a racconti, a situazioni particolari.
Nel commento lasciatomi da Giovanni Battista Soleri vi è una interpretazione etimologica di un luogo chiamato Paste, spiega come vengono classificati i toponimi cioè in toponimi trasparenti e toponimi oscuri.
Questo intervento lo trovo molto costruttivo perchè ci permette di dare un significato a un luogo geografico ben preciso. Conoscere l'etimologia di questi luoghi ci permette di conoscere meglio il nostro territorio e di conseguenza il suo sviluppo nel corso dei secoli.

Giovanni Battista Soleri scrive:
[..] I toponimi, dal punto di vista dell'interpretazione etimologica, si dividono essenzialmente in due catagorie: toponimi trasparenti e toponimi oscuri. I toponimi trasparenti sono quelli che hanno ancora un riscontro nel lessico comune e attuale del dialetto o della lingua; quelli oscuri, invece, non hanno riscontro immediato nel lessico odierno.
Esempi di toponimi trasparenti, basandomi sull' elenco di quelli di Isolabona, sono:
- Ciappa, Torre, Ciuxe, Tovo,
Colarea, Copeira, Papeira, Bonda ecc.
Un esempio di toponimo oscuro è Paste (l'indicazione precisa dovrebbe essere in u paste, chiedo conferma agli 'indigeni'), che non credo abbia riscontro nel lessico attuale lisurenco. Premesso che non conosco la morfologia del territorio individuato dal toponimo, posso tuttavia avanzare un'ipotesi, cioè la derivazione dal latino pastĭnum, che aveva tre significati (cito dal Castiglioni-Mariotti, il noto Vocabolario della lingua latina):
1) zappa, marra
2) zappatura, scasso
3) terra zappata, scassata
Da un punto di vista fonetico non dovrebbero esserci problemi, in quanto da i breve latino (ĭ) > e, con caduta della sillaba finale -nu in parola sdrucciola. Ritengo, quindi, che il significato originario possa essere stato il 3) cioè terra zappata, scassata, preparata per la coltivazione. Per avvalorare l'ipotesi occorre, ovviamente, sapere se il suddetto toponimo individua una zona coltivata, se non al giorno d'oggi, almeno in passato.[...]

La zona Paste è ed era nel passato una zona coltivata.
Grazie per il tuo contributo e a presto.

lunedì 28 dicembre 2009

Soluzione dell'indovinello.




Cliccare sull'immagine per vederla ingrandita

Ebbene anche questa volta molti di voi hanno indovinato, la più veloce è stata chica che dal Brasile (che invidia), ha detto che si tratta di un fungo, Viviana è stata la seconda, BRAVISSIMA perchè ha saputo anche individuarne la specie.
Si tratta infatti di una Vescia Lycoperdon perlatum, meglio conosciuta nel dialetto ligure con il nome di peto de luvo da wikipedia [...]"flatulenza di lupo", per la nube polverulenta che si sprigiona in seguito alla sollecitazione di esemplari di età avanzata)[...]
Se volete altre notizie leggete qui .

Ho postato questo indovinello perchè mi ha colpito il contesto in cui questo piccolo fungo ha trovato la forza di nascere, è emerso anche in alcuni commenti, l'essere circondato da pietre, la poca terra a sua disposizione.... sono stati gli elementi che hanno attirato la mia attenzione facendomi riflettere sul fatto di quanto la natura sia generosa.
A proposito di natura, avete visto che belle olive, sono sopravvissute alla neve, al gelo e hanno dato un olio fantastico con una resa ottima nonostante fossero piccine, sarà che la Mara è un luogo unico!!!



Bhe, con una vista così, con il mare all'orizzonte non può essere altrimenti.

domenica 27 dicembre 2009

Indovinello per voi, cos'è?




Sapreste dirmi cosa è la pallina bianca?

L'ho fotografata questa mattina qui



Vista panoramica dalla Mara, ve ne parlai qui.

E' dove crescono queste.



Solitamente i miei indovinelli li indovinate subito...sicuramente lo farete anche oggi;))

venerdì 25 dicembre 2009

Video della nona edizione degli Antichi Mestieri 2009 a Isolabona.

Purtroppo il tempo di questa settimana non è stato amico degli organizzatori della nona edizione degli Antichi Mestieri.
Domenica scorsa sono riuscita a scattare qualche fotografia, speravo di integrare l'album con altre ma... il tempo ha remato contro!!!
Sono comunque riuscita con quelle che avevo a creare un video, ho accostato le immagini a una canzone del 1962 cantata dai Menestrelli di Ceriana dal titolo La funtanèla.
 

giovedì 24 dicembre 2009

Buon Natale



A tutti voi i miei migliori auguri, che sia un Natale felice e di Serenità, Roberta.

mercoledì 23 dicembre 2009

Soluzione del crittogramma natalizio


Brava Skip, ancora una volta hai dato la soluzione esatta a un crittogramma.
Peccato per l'amica Giovanna, battuta in velocità... ma pur sempre brava.
Infatti Marino scrive:

Gli indovini romani si chiamavano àuguri (con accento sulla à). Il primo giorno è il giorno - che dal latino dies si scrive spesso anche con dì - in cui si nasce, cioè il : dì natale. Spostando l'accento nella parola àuguri dalla a alla seconda u, diventa augùri. La soluzione è, quindi, AUGURI DI NATALE.

Bravi e grazie per la vostra partecipazione e per i commenti numerosi che avete lasciato.
I miei augùri di Natale ve li faccio domani.

martedì 22 dicembre 2009

Crittogramma sinonimico...natalizio


L'amico Marino Cassini mi ha inviato questo crittogramma natalizio inedito...il suo modo per salutarvi e augurarvi buone feste.


CRITTOGRAMMA SINONIMICO A CAMBIO DI ACCENTO

(6, 2, 6)

Aiutino: GLI INDOVINI ROMANI DEL..... PRIMO GIORNO

Provate a dare la soluzione e se non ci riuscite lasciate un messaggio a Marino, un caro amico, uno scrittore che ha dedicato la vita a scrivere libri per ragazzi e non.

Ciao Marino e grazie per i tuoi contributi a questo blog, Roberta.

lunedì 21 dicembre 2009

Tradizioni natalizie nuove e.....vecchie.




Questi giorni di festa ci trasmettono euforia.
In quasi tutti i paesi della valle si svolgono manifestazioni per trascorrere in allegria e in compagnia queste giornate di festa.
A Isolabona si sono già tenute due serate dedicate agli "Antichi Mestieri", manifestazione giunta al suo decimo anno di vita, purtroppo la neve e il freddo intenso di questi giorni hanno contribuito a rendere la manifestazione visitata da un numero di persone inferiore rispetto agli anni precedenti, comunque, lo spettacolo che hanno potuto ammirare, chi non si è fatto scoraggiare e ha sfidato il freddo di queste sere, è stato molto bello.
Come per gli anni precedenti, anche quest'anno gli ambienti riprodotti sono stati curati nei minimi particolari.
Nella sala dedicata alla Cubaita di Isolabona, che ha ottenuto la DE.CO da poche settimane, sono stati allestiti dei pannelli tratti dai miei post, un riassunto della vita paesana, dei territori, della storia e della vita quotidiana, un modo di dare informazioni sul nostro Borgo.
Mi è stato detto che parecchie persone si sono soffermate a leggere, sono contenta, lo ritengo un punto di partenza.


E un tempo come si svolgevano i festeggiamenti a Isolabona?

Ho trovato un paragrafo nella tesi di Maria Luisa Saettone del 1955, testimonianze raccolte nel paese, da queste possiamo fare una analisi tra quelle che sono tuttora in uso e quelle no.
Leggerete del grano di Natale, un piatto che purtroppo non si usa più cucinare, piatto però che è rimasto nell'usanza culinaria di Pigna, loro lo chiamano il Gran pistau, ottimo e squisito.
Il fuoco lo facciamo ancora e già da sabato sera è acceso...



E voi cari lettori avete memoria di tradizioni che si sono perse?

Da "Sotto la torre dei Doria"
di Maria Luisa Saettone
anno 1955

Lo spirito religioso ancora oggi presente nelle manifestazioni legate a particolari culti si è, invece, andato lentamente affievolendo in quelle manifestazioni esteriori che un tempo facevano da corollario al primo. Ad ogni festa era collegato qualche spettacolo che variava da paese a paese, e che a lungo andare si focalizzò in uno solo e fu tramandato di generazione in generazione senza che nulla venisse mutato.
Dopo l'ultimo conflitto alcune di queste funzioni sono state abbandonate; altre hanno vissuto saltuariamente per poi cedere al progresso che tende a livellare ogni cosa.
Iniziando dalla festa per eccellenza, il Natale, ancora in vita è l'uso di fare il presepe, di addobbare l'albero (oggi in plastica, un tempo prelevato, dopo ore di cammino, nei boschi di Langan o au Passu du rebissu (Passo dell'usignuolo) non con le moderne palle colorate e fili argentati o puntali dorati, ma con caramelle, cioccolatini, mandarini, aranci, noci, ...
La vigilia era contrassegnata da una cena a base di stoccafisso bollito con patate e frittelle di baccalà. Altri invece, scrive Stefano Rebaudi in Monografia di Imperia, consumavano u grän de Natäle e così spiegava: "Il Dio di amore, di misericordia, il quale nasce per redimere l'umanità, non può essere più degnamente glorificato dal lavoratore dei campi, che con l'offerta ed il sacrificio del grano, il prodotto più nobile ed eletto della terra, l'alma mater, madre amorosa e soavissima."
"Ed ecco quali sono le modalità, che informano il rito natalizio del grano... Il 'grano di Natale' per essere reso commestibile dev'esser liberato dalla crusca o cruschello; occorre perciò sia sottoposto ad una operazione di pilatura, di brillatura, di imbianchimento... che viene condotta durante il pomeriggio della vigilia."
Per l'operazione occorreva: "un mortaio ed un pestello di grandi dimensioni, costruiti grossolanamente in paese, utilizzando legno durissimo di sorgo o di castagno: istrumenti che si trasmettono in eredità di padre in figlio. Il mortaio (denominato 'broeglia') di rozze fattezze, scavato in un tronco d'albero, presenta suppergiù le seguenti dimensioni: altezza 38 centm.; massima larghezza in alto 36 centm.; profondità del cavo interno 22 centm.; spessore delle pareti 4 centm.. Il pestello, denominato in dialetto "pistun" che misura in altezza centm. 20 circa ed è munito di un manico pure in legno della lunghezza di 60 centm. circa, può avere due forme. Nella forma più comune, costituita da due pezzi, il manico si innesta ad angolo retto entro l'impugnatura del pestello; nella forma meno frequente, pestello e manico sono costruiti in un unico ramo d'albero opportunamente scelto per la bisogna."
"Nel pomeriggio della vigilia, per solito, uno degli uomini di casa, si siede sui gradini o sulla soglia dell'abitazione e quivi disposto il mortaio che riempie di grano grezzo, col pestello impugnato per il manico a due mani, inizia l'operazione di pilatura, che a colpi cadenzati vien condotta sino a che i chicchi siano lucidi, bianchi, splendenti ossia siano spogli della cuticola. Il grano viene frequentemente spruzzato con acqua calda, e per liberarlo man mano della crusca che si stacca e seguirne il grado di imbianchimento, l'operatore ne solleva dal mortaio delle manciate su cui soffia con forza. Il mortaio sarà riempito parecchie volte, sino a che si raggiunga il quantitativo necessario ai bisogni della famiglia. Il grano sopporta una bollitura piuttosto prolungata in abbondante acqua cui si è aggiunto sale, della cotica di maiale e qualche pezzo di carne magra di agnello. Al ritorno dalla messa di mezzanotte, riscontrato il grado della cottura del grano (deve essere molto rigonfio ma non spappolato) si toglie da fuoco e, dopo aver posto in serbo la quantità da consumarsi nei giorni successivi, si passa alla confezione della vivanda. Viene scodellato in un gran piatto profondo di terra gialla a fiorami, ove si condisce con un soffritto all'olio a base di porro: ortaggio che si coltiva quasi esclusivamente per aromatizzare il grano di Natale, cui dona un profumo e un sapore appetitosissimi. Il gran piatto è deposto nel centro della tavola e da questo tutti i commensali pescano col rispettivo cucchiaio il grano benedetto del Santo Natale." (p. 255)
Purtroppo la tradizione è completamente scomparsa. Oltre all'accurata descrizione del Rebaudi, ho raccolto una sola testimonianza in paese da una donna ultranovantenne.
Sempre nella notte di Natale viene acceso un grande falò in mezzo alla piazza, dove nei giorni precedenti i ragazzi, passando di porta in porta, chiedendo "Pe u fögu du Bambin däine di ciüchi e di bigliui" (Per il falò di Natale dateci ceppi e tronchi), hanno ammucchiato una grossa catasta. Il fuoco veniva appiccato al momento del Gloria e durava tutta la notte.
Un tempo alla messa di mezzanotte partecipavano pure i pastori avvolti in ampi mantelli, con fasce alle gambe, grossi scarponi e un cappello a punta coperto di fronzoli. Il più anziano portava tra le braccia un agnellino, l'ultimo nato.

venerdì 18 dicembre 2009

Il Carmo fu abbassato alla fine del XVIII secolo.




[...]
L’avv. Navario, nonagenario, versato nella storia della valle Nervina, accertava il dotto Fodarè che Isolabona sua patria aveva guadagnato da 30 anni due ore di sole al giorno per l’abbassamento della montagna detta Carme, la quale giace al Sud di quel villaggio: la sommità infatti dì quella montagna, altre volte coperta di boschi, presentemente è nuda ed affatto degradata.
[...]


Questo brano l'avevo già riportato in un post, questo, è il racconto del viaggio di Luigi Ricca dal titolo " Da Coldirodi a Mentone del 1865", lo trovai qui.
Oggi pomeriggio mentre leggevo la trascrizione del manoscritto di Francesco Cane, figlio di Gio Antonio Cane, ho trovato un altro riferimento, questo

[...]
Cosa veramente da tenersi a memoria, e di tramandarla ai Posteri

Nel secolo 1770 il Sole non arrivava sino a mezzogiorno in Parrocchia, stava dietro al Carmo e a quest’oggi il giorno dell’Epifania è arrivato alle undeci e mezza.[..]

Il Carmo è una montagna che essendo posizionata a Sud rispetto l'abitato, "ombreggia" nelle corte giornate invernali il nostro borgo, infatti il sole riscalda i nostri tetti appena riesce a svicolare la sua cima.
Tempo fa parlai di questa mia lettura ad Alberto, ma non mi prese sul serio, effettivamente la cosa può sembrare assurda ma se la stessa notizia è riportata in tempi diversi e addirittura Francesco Cane nelle sue memorie la sottolinea come:

"Cosa veramente da tenersi a memoria, e di tramandarla ai Posteri", bhe, qualcosa di vero ci sarà!

Io stessa in questi miei ventidue anni di vita a Isolabona, ho più volte detto" ...se non ci fosse il Carmo!!!"
Non ho altre notizie a riguardo, ma se un giorno si potrà portare a termine un certo progetto che mi coinvolge in prima persona, chissà che tra le carte ingiallite e logorate dal tempo non potremo leggere notizie più dettagliate sui mezzi e sui metodi che sono stati praticati.

Questo manoscritto ci fornisce una integrazione alle notizie scritte dal padre Gio Antonio Cane nel suo manoscritto e rimangono le fonti storiche per eccellenza di Isolabona.
Di seguito riporto alcune considerazioni fatte da Marino Cassini nel suo elaborato dal titolo

" Sotto La Torre dei Doria"


Di Marino Cassini.

IL MANOSCRITTO
DI FRANCESCO CANE
Memorie di Isolabona


Decisamente la famiglia Cane è da considerarsi l’unica fonte di notizie sulla storia del paese, se anche il figlio di Gio Antonio si prese la cura di rielaborare le memorie paterne e di aggiungere ulteriori notizie a quelle lasciate da suo padre nel diario. Esiste, infatti, una serie di carte di cui sono venuto a conoscenza tramite il libraio della Cartolibreria La Torre il quale mi consegnò alcune fotocopie relative alla storia del paese. A lui pervennero attravwers6 un ricercatore, Rossi Lorenzo (Via Repubblica 17. Airole IM), il quale le trascrisse nel 1991.
In una nota accompagnatrice si legge: “Trascrizione delle memorie di Isolabona scritte da Gio Antonio Cane e ordinate dal figlio Francesco (fatta da Rossi Lorenzo su fotocopia in possesso della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia). Avvertenze:
- La trascrizione del Manoscritto è stata fatta cercando per quanto possibile di mantenere la forma letterale.
- Sono state variate alcune iniziali di parole utilizzando la lettera maiuscola.
- Sono stati separati per quanto possibile i paragrafi.
- Sono mancanti nel manoscritto le Carte 11-12-39-40.
- Sono state sostituite da punteggiatura tutte le parole illeggibili specialmente a Carte
23-24-25-26.
- L’inizio di Carta 3 fa parte di un paragrafo mancante.

Dove è custodito l’originale? Lorenzo Rossi, il trascrittore, non fa alcun cenno in proposito; si limita solo a trascrivere le carte della copia presente nella Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia. Poiché buona parte delle carte riportano notizie legate alla Chiesa di Isolabona, alla nomina di Priori e Prioresse, ad usi e costumi religiosi introdotti o aboliti, presumo che, con ogni probabilità, l’originale sia conservato presso la biblioteca dell’Arcivescovado. Comunque quello che a noi importa non è tanto l’ubicazione del manoscritto, quanto il contenuto.
Il manoscritto reca come titolo Memorie Delle Antichità D’JsolaBuona ricavate da Libri Autentici, e Da Altri Manuscritti Del fu Mòstro Francesco Cane. Compilate non che Messe in Ordine L’anno 1839.
Considerando che Gio Antonio termina le sue memorie nel 1826, mentre quelle di Francesco iniziano nel 1839 è da presumere che il padre fosse nel frattempo deceduto e che il figlio riprendesse le fila della storia del paese.
V’è subito da notare che Francesco non ha la costanza e la passione del padre. Le sue memorie non hanno una cronologia costante. Puntano più alla notizia, al fatto straordinario che non ad un diario. Basta dare uno sguardo all’indice per rendersene conto. La maggior parte delle Carte si riferiscono alla Chiesa, alla sua costruzione, al suo arredamento; in altre si parla di raccolti; di malattie contagiose (peste e colera) diffusesi nella regione; di leggi; di intrallazzi per compravendita di terreni. Sono tutti piccoli flash che vanno ad integrare le notizie trasmesseci dal padre e, in certi casi, a ripeterle. Di particolare interesse documentaristico sono i brani che si riferiscono ad intrallazzi per la compravendita di terreni appartenenti alla Chiesa nel periodo napoleonico ad opera di tre persone: Medico Guiglia, Giambattista o Giobatta Garin e Gerolamo Bosio. Costoro convinsero Gio Antonio Cane, padre di Francesco, e altri membri appartenenti al Consiglio di Amministrazione della Parrocchia, a firmare carte che poi usarono a loro beneficio per privare la Chiesa di terre e di beni.

Dal manoscritto

Memorie Delle Antichità D’JsolaBuona
Ricavate
Da Libri Autentici, e Da ALtri
Manuscritti Del fu Mòstro
Francesco Cane.
Compilate non che
messe in Ordine
L’anno 1839.

mercoledì 16 dicembre 2009

Riconosciuta a Pigna la "Bandiera Arancione", un borgo ricco di storia.


Pigna è nel mio cuore da sempre.
E' un luogo fantastico, il luogo che per primo mi ha fatto amare questa terra.
Camminando nei vicoli di questo paese non si può fare a meno di pensare alla sua storia, e vi posso assicurare che ne ha proprio tanta.
Sono proprio contenta che a questo borgo sia stata riconosciuta la Bandiera Arancione, i miei complimenti all'amico e Sindaco Mauro Littardi e a tutta la sua amministrazione.

Tutte le fotografie pubblicate tranne quella sopra, che ho scattato io, sono state fatte da mio figlio l'anno scorso durante l'uscita didattica per ammirare gli affreschi del Canavesio nella chiesa di San Bernardo, per visitare la chiesa di San Michele e il museo contadino.

da riviera 24.it
Sono Pigna e Seborga , nell’Imperiese e Pignone, in provincia della Spezia, i tre comuni liguri – su 12 candidati - premiati oggi a Palazzo San Giorgio, a Genova, dal Touring Club Italiano con la Bandiera Arancione. Erano presenti, fra gli alri, Fabrizio Galeotti, direttore Generale del Touring Club Italiano , Margherita Bozzano, assessore al Turismo della Regione Liguria e Fulvio Gazzola, presidente dell’Associazione Paesi Bandiera arancione. Per Seborga e Pignone la Bandiera Arancione è stata ritirata dai sindaci Franco Fogliarini e Antonio Pellegrotti , per il comune di Pigna dall’assessore Fabrizio Ferrari in rappresentanza del sindaco Mauro Littardi. Continua a leggere

Adesso un po' di storia tratta da Cultura Barocca

Le origini di Pigna si fanno risalire al 1164 anche se la tradizione vuole che il borgo risalga al X secolo.
Le ultime ricerche hanno permesso di valicare queste date, ricollegando il sito di Pigna a origini molto piu antiche che risalgono all'epoca degli insediamenti liguri preromani molto spesso connessi a religioni arcaiche e in parte di origine celtica, come quella delle dee Madri e del culto delle Acque simboleggiato dalla base termale di Lago Pigo.
I fondi agricoli romani (ad eccezione del Bucinus = Buggio) erano grossomodo situati all'altezza media di 600 m., su terrazzi naturali volti a sud, cioè in posizione ottima per le coltivazioni.
Di sicure origini romane sono il fundus Carnius e l'Aurius, fra questi, in una vasta area agricola lungo il torrente Carne, si usa il nome di luogo Parixe connesso con un in panicis che allude a un'azienda romana dedita alla coltura di quel tipico cereale minore di Liguria che è il panico.
Parimenti nell'area pignasca i nomi in Lucis (in dial.: lixe = i boschi) e in ieniperis (in dialetto: geribri = la boscaglia).
Ma in questa zona dell 'alta val Nervia (crocevia di civiltà per i contatti viari col mare, il Piemonte e la Francia) non mancano altre tracce d'insediamenti romani, spesso documentati da reperti.
Si ricordi la località Sesegliu (vallone con prati e pini già sede di una vastaira o recinto per l'alpeggio del bestiame) da collegare con l'esistenza di una villa Ciselia romano-imperiale (forse lì edificata per sfruttare il patrimonio di legname del bosco di Gouta).
Di origine romana è il toponimo Agnaira (alpeggio estivo degli animali), quello detto Clairara (da Clariara = bosco a radure per pascoli), l'Aurnu , l' Ouri, il fondo rurale Civagnu (da collegare a un Clotanius derivato forse dai nomi gallici Clotorix, Clotuavos , Clotius, se non da un Cluanius di provenienza sannitica = Cluatius/Cluentius), il fondo Veragne e la vicina proprietà che pure deriva da un fondo romano Vidumnus.
Verso IV-VII sec. si concentrarono nuove proprietà in siti più bassi di quelli dei fondi romani, in luoghi prossimi a fiumi e torrenti: altri dati sono utili per comprendere l'importanza di Pigna e territorio dai tempi di Roma sin alla fine del Medioevo.
Per esempio l'Argeleu [ritenuto sede dell'antico tribunale di Pigna], Prearba [nome di campi incolti alle falde del Toraggio, che sarebbe da mettere in relazione (attraverso i nomi ligure vindupale e latino Petra Alba = pietra bianca) con un tipo di pietra bella e pregiata seppure un po' scura"]> un discorso a parte poi, da trattare separatamente per importanza, è quello del complesso termale di Lago Pigo.
Pigna conserva tuttora bene la sua originaria struttura e, anche se sono state fatte varie ipotesi sulle origini del nome (poetica ma non vera quello che lo fa derivare dal latino pinea che indicherebbe i boschi di pini presenti nei dintorni), quella reale vien data da Giulia Petracco Sicardi che ha scritto: "II toponimo deriva da pinnia (da cui anche l'italiano "pigna" = frangiflutti del ponte) voce del latino parlato connessa con pinna = penna.
L'abitato, sviluppatosi sulle pendici del castello dopo la sua distruzione, occupa infatti l'estremità di un contrafforte che determina un'ansa del torrente Nervia.
Lo stemma cinquecentesco del comune, che porta come simbolo una pigna, è dovuto a un tardo accostamento paraetimologico al latino nux pinea = frutto del pino" (s.v. "Pigna" in Dizionario di Toponomastica, Utet, Torino, 1990).
Questo paese risentì di una storica influenza piemontese, e da Tenda e Briga, oltre ai pastori e ai commercianti, arrivarono fermenti di cultura.
Nel XII sec. Pigna divenne punto di passaggio fra Ventimiglia e Triora e fra Saorge, Baiardo, Sanremo, assumendo importanza nel complesso difensivo dei conti di Ventimiglia.
Passò nel 1258 ai conti d'Angiò e quindi, nel 1388, ai Savoia, diventando avamposto di frontiera.
Nel 1625 giunse sotto Genova ma nel 1633 tornò alla casata sabauda.
Nei secoli seguenti Pigna visse anni di pace e benessere seguendo i successi dei Savoia fino alla loro conquista del regno di Sardegna e, poi, del regno d'Italia.
Grande è l'interesse dei monumenti:

La chiesa di S. Bernardo di Pigna fu interessante per gli affreschi dipintivi nel 1489 dal CANAVESIO [successivamente sistemati nella PARROCCHIALE DI S. MICHELE e proprio nel 1998 tornati alla chiesa originaria] sul tema della "Passione di Gesù" e del "Giudizio Universale" (il celebre pittore di Pinerolo. dopo questi lavori nel Pignasco, risalì per la valle del Nervia sino a Notre Dame nel Brigasco, per affrescarvi un altro inquietante "Giudizio Universale", compiuto e inaugurato nel 1492 in contemporanea con la scoperta dell'America, quasi a preannunziare una nuova epoca e la morte di un evo torturato da incredibili angosce e dalle violenze di troppi tiranni).


Chiesa di S. Bernardo, Annunciazione dell'arco trionfale

Chiesa di S.Bernardo particolare della volta est dei Quattro Evangelisti (Matteo)



Importanti sono i resti della CHIESA DI S.TOMMASO: si tratta della più grande chiesa in stile romanico della val Nervia e di quasi certa matrice monastica benedettina.
Nell'INTERNO anche la lettura di QUESTO o di QUEL PARTICOLARE [secondo l'indagine fotografica fatta da Ruggero Marro: mentre quelle precedenti vengono dal lavoro di E.Eremita per la "Guida di Dolceacqua e della Val Nervia di Gribaudo ed, Cavallermaggiore, 1991] permette di riconoscere, per quanto è rimasto sia le tracce di una struttura religiosa monastica sia l'influenza del gusto romanico.
Fu sede del primitivo nucleo abitato detto "Malborgo" e che, secondo una leggenda, forse non priva di fondamento, sarebbe stato distrutto dai Saraceni.

Una visita merita la parrocchiale di San Michele, con la vetrata quattrocentesca raffigurante i 12 apostoli e la facciata decorata da un ROSONE GOTICO scolpito da Giovanni Gaggini: all'interno si ammira un polittico considerato il capolavoro del CANAVESIO del gennaio 1500: ma non bisogna dimenticare che, nella stessa chiesa, si conservarono a lungo (sempre del Canavesio) la Passione del Cristo e il Giudizio Universale del 1482, ivi trasportati, appunto, dalla cappella di S.Bernardo cui son stati riconsegnati nella primavera del 1998.


E sempre nella PARROCCHIALE si può "leggere" questa Deposizione di Carlo Maratta (1625-1713) o comunque della sua scuola: il pittore, allievo a Roma di A. Sacchi, fu un precursore del ritorno al gusto classico (neoclassicismo) e nella sua sterminata produzione di argomento religioso diede testimonianza di un piacevole accademismo che, pur senza raggiungere vette eccelse, gli consentì d'acquisire ecclllente fama nel mondo artistico italiano.
Per concludere l'analisi di questa chiesa è da segnalare l' alto campanile laterale a pianta quadrangolare, con duplice ordine di monofore e la cuspide in pietra squadrata di tipo piramidale. Il tutto nel rispetto tipologico di espressioni architettoniche affini, proprie delle alte valli nelle Alpi Marittime.
Al santuario della Madonna del Passoscio si accede seguendo un sentiero su cui si trovano ben 15 cappellette che mostrano, attraverso pitture popolari, i misteri della passione.
Nel centro medioevale sono caratteristici i vicoli, detti chibi (bui, cupi), collegati a una strade concentriche con le case accavallate a difesa.
Nella piazza Vecchia, la Loggia, sostenuta da bassi pilastri in pietra nera, sito di riunione del parlamento locale, conserva, nell' angolo a sinistra dell' archivolto di via Roma, le misure usate per la vendita dell'olio e del grano.
A 5 Km. da Pigna esiste la frazione di Buggio, a 410 metri sul livello del mare, nel cui territorio si trova la chiesa di San Siagrio (anche Siacrio): si può poi giungere al SANTUARIO DELLA MADONNA DI LAUSEGNO e quindi alla la chiesa della Madonna della Brighetta.
Dopo Buggio sorge il bacino artificiale di Tenarda arginato da una diga.



Un illustre pignasco fu l'archeologo e storico dell'arte, di formazione neoclassica, CARLO FEA.
Nacque a PIGNA nel 1753 proprie mentre si stava riscoprendo a scapito delle ridondanze barocche la linearità dell'arte classica, fenomeno ampiamente integrato dalle prime vere ricerche archeologiche e dalla riscoperta della città di Ercolano, Stabia e Pompei nel I secolo d. C. ricoperte dalla lava e dai lapilli del Vesuvio e, per uno straordinario fenomeno geomorfologico, consegnate dopo millenni agli studiosi parzialmente intatte con molti dei loro tesori da analizzare.
Sulla scia della riscoperta della cultura classica e dell'ideale platonico di bellezza il FEA studiò dapprima a NIZZA quindi si trasferì a ROMA ove venne ospitato da uno zio che era rettore del Collegio degli Orfanelli e che gli permise di completare gli studi umanistici diventando contemporaneamente sacerdote: ed a tal proposito non è da dimenticare che questo personaggio di vasta cultura conseguì anche la laurea in entrambi i diritti, cioé quello civile e quello canonico.
La naturale predisposizione per la ricerca archeologica lo indusse però a ben altra carriera che quella forense e presto, dopo aver a lungo indagato fra le stupende rovine di Roma antica, diede alle stampe un importante saggio intitolato"Sulle Rovine di Roma". Questo saggio finì poi per diventare un'appendice del III volume della celebre opera "Storia dell'arte nell'antichità" di Giovanni Gioacchino Winckelmann il grande e sventurato storico dell'arte tedesco che, assieme al Mengs ed al Milizia ma con maggior profondità critica, pose le basi della dottrina neoclassica che tanto influenzò l'arte (Canova) e la letteratura (Biamonti, Monti e soprattutto Foscolo). Il FEA fu sempre spiritualmente legato al grande tedesco continuandone, anche dopo la tragica morte per omicidio, l'impegnativa opera per il recupero della classicità: non è quindi un caso che ne abbia curata la ristampa della traduzione italiana della "Storia dell'arte" negli anni 1783-'84.
Dovette però abbandonare le ricerche travolto come tutti dagli eventi della Rivoluzione di Francia e del suo influsso politico sugli stati italici legati all'Antico Regime delle Monarchie assolute.
Considerato filopapista e reazionario, ai tempi della Rivoluzionaria Repubblica Romana del 1798-'99 eretta sui trionfi di Napoleone, conobbe dapprima la prigionia e quindi l'esilio.
Le sue responsabilità (era peraltro uno studioso appassionato e non un politico) alla luce delle inchieste furono trovate insignificanti se non nulle e potè quindi non solo ritornare dall'esilio ma riprendere le sue ricerche.
Tenendo conto dell'elevatissima preparazione e del fatto che Napoleone voleva costruire il suo Impero sui fasti dell'Impero di Roma, così lontani da certe meschinerie dinastiche degli Stati moderni e assoluti, il FEA ottenne la nomina a COMMISSARIO DELLE ANTICHITA' DELLO STATO PONTIFICIO.
Successivamente fu scelto per dirigere la preziosissima biblioteca del Principe Chigi, raggiungendo in seguito la somma carica di PRESIDENTE DEL MUSEO CAPITOLINO.
Era sua consuetudine scientifica quella di condurre le indagine archeologiche seguendo un importante criterio storico-deduttivo: egli aveva elaborata questa dottrina perché in tempi non lontani aveva visto sì estrarre dal sottosuolo romano autentici, incredibili capolavori ma a scapito di grandi dannificazioni apportate ad altro prezioso materiale nel corso di esacavazioni condotte eminentemente con uno scopo mirato e col principio di eludere e magari distruggere quanto non corrispondesse alla meta di ricerca progettata.
Grazie al suo magistero l'archeologia divenne una scienza che era regolata da norme esatte che preludevano contemporaneamente a recuperare i reperti e ad eludere il saccheggio di quanto, al momento, non potesse venire riportato alla luce.
I risultati furono eccellenti e costituirono veri antemurali del recupero e della salvaguardia dei monumenti: come tuttoggi si può constatare ammirando a Roma il foro Traiano, il Pantheon, il Pincio straordinari siti archeologici dove il FEA espletò la sua opera.
Scrisse ben 125 opere di vario formato ed importanza; tra queste, soprattutto per l'insegnamento che trasmisero nel momento fulgido della cultura neoclassica, meritano di essere ricordate "Lintegrità del Pantheon di M.Agrièppa" e la "Relazione di un viaggio ad Ostia" (entrambe edite nel 1802), la "Notizia degli scavi dell'Anfiteatro Flavio" (del 1813), i 3 volumi del 1822 intitolati "Descrizione di Roma con vedute", l'opera dal titolo "La fossa Traiana" (del 1824) e, frutto delle sue indagini sul complesso sistema idrotermale dei classici, soprattutto romani, la "Miscellanea antiquario.idraulica" edita nel 1827 ad una diecina d'anni dalla morte che lo colse nel 1836 a Roma ancora intento nei suoi studi.

lunedì 14 dicembre 2009

La figura di Fortunato Peitavino ricordata da Libereso Guglielmi




In questi giorni ho iniziato a leggere il libro " Libereso, Il Giardiniere di Calvino" scritto da Ippolito Pizzetti e Libereso Guglielmi, edizione Muzzio editore 1993, avuto in prestito dall'amica Annamaria. Questo libro riporta integralmente i pensieri di Libereso Guglielmi in una sorta di intervista.
Già dalle prime pagine sono affascinata dal suo modo di vedere il mondo che ci circonda.
Non posso fare a meno di riportare alcuni brani che ricordano la figura di Fortunato Peitavino, il nostro compaesano che fu uno dei precursori della dieta vegetariana, infatti il Peitavino sosteneva questa tesi:

[...] già allora (si parla degli anni 1920/30) - ed è una cosa che solo adesso viene largamente accettata anche da un punto di vista medico- il rispetto delle giuste combinazioni dei cibi per una corretta alimentazione. In altre parole, non è quello che mangi, ma la combinazione degli alimenti[...]

Clicca sulla foto per ingrandire e leggere

L'incontro con Fortunato Peitavino avvenne grazie al padre di Libereso che nella prima metà del 1920 conobbe tutti vegetariani naturisti della nostra zona, l'incontro con il Peitavino fu senza ombra di dubbio il più importante.
Peitavino come vi ho già detto qui,[...] era un fervente sostenitore delle teorie eutrofologiche dei profesori Josè Castro e Nicolas Capo, i due precursori di questa disciplina che fondarono a Barcellona una vera e propria scuola dove si insegnavano i principi scientifici sui quali basare un'alimentazione e un modo di vivere razionali ed armonici,conformi alla fisiologia umana.[...]

[...] Nel 1911 Peitavino apre la sede della scuola che non è altro che una colonia agricola naturistica. La località era detta " Campi Gontè", e ricordo che era una bellissima proprietà ricca di boschi misti, querce, pini, lecci e nella zona bassa un torrente ricco di salici, noccioli e altre specie di fiori indigini. Si dormiva in piccole casette di legno molto arieggiate; il pranzo era servito in un grande edificio sempre di legno. Naturalmente, i cibi erano tutti vegetariani, e già allora, le verdure erano tutte coltivate con concimazioni naturali[...]

clicca sulla foto per ingrandire

[...] Il discorso di Peitavino era inserito in una cornice più solida, forse... Peitavino sosteneva che viviamo una vita oltremodo antibiologica. Ma violando le leggi della vita naturale il castigo non tarda, ed ecco giungere il dolore, la malattia. é la teoria della monopatogenesi già sostenuta da Ippocrate.[...]

Ebbene su questo personaggio, come ha scritto l'amico Paolo Veziano:
[...]...non si può non reagire con un insieme di stupore e di indignazione al pensiero che molti dei suggerimenti salutistici che oggi gli "esperti" ci propongono regolarmente sui quotidiani, sui settimanali e in televisione sono contenuti nelle carte del Peitavino risalenti a ottanta anni fa".[...]
La nostra comunità si deve assumere l'onere di accendere i riflettori su questo coraggioso personaggio.
Personalmente mi sento un "ecomostro" dal punto di vista alimentare, cerco di controllarmi ma devo imparare molto.
Spero che alla fine della lettura di questo libro, scatti quella molla che a volte riesce a trasformare le persone in meglio...

venerdì 11 dicembre 2009

Concerto di Natale e....sponsor per l'Istituto Comprensivo della Val Nervia


Ieri sera è andato in scena il "Concerto di Natale" eseguito dagli alunni della scuola secondaria di Dolceacqua e Pigna. La fotografia riprende l'esibizione delle classi prime, le più numerose.

I ragazzi sono stati bravissimi, hanno eseguito canti e pezzi suonati con il flauto .
Alcuni si sono esibiti con altri strumenti e ballando.
La serata si è svolta presso il cinema Cristallo di Dolceacqua e ha visto la partecipazione di moltissime persone.
Il concerto è stato organizzato anche con l'intento di raccogliere fondi per l'acquisto di strumenti musicali, spero che i genitori abbiano contribuito a raggiungere questo scopo.
La "nostra" scuola possiede l'aula della musica in cui i ragazzi seguono le ore di musica.
E' dotata di numerose tastiere ma gli strumenti non sono sufficienti per tutti gli alunni.
Spero che dopo la serata di ieri se ne possano aggiungere altri.

La direzione didattica dell'Istituto Comprensivo della val Nervia è in cerca di sponsor, infatti l'articolo 41 del Dl n° 44/2001, prevede che :
[...]
le Istituzioni scolastiche possano stipulare accordi di sponsorizzazioni con vari soggetti, sia pubblici che privati, purchè le finalità di questi non siano in contrasto con la funzione educativa e culturale della scuola.[..]

Personalmente ritengo questa iniziativa molto valida e mi meraviglio che non abbia riscontrato molto successo.
Investire sulla scuola credo sia un passo concreto, le aziende del territorio potrebbero partecipare al miglioramento dei servizi nelle nostre scuole, cosa c'è di meglio di investire sul futuro?
Per chi mi legge e fosse intenzionato a promuovere l'iniziativa, qui può trovare il regolamento per la collaborazione.
Parlerò di questo progetto con chi, tra i miei conoscenti, potrebbe fare qualcosa, chissà, forse tra questi, ci potrebbe essere qualcuno disposto a condividere l'iniziativa.
Conoscete altre iniziative simili?

mercoledì 9 dicembre 2009

Toponimi della val Nervia attraverso la leggenda

Disegno di A. Rubino, copertina del libro Rigenerazione umana di Fortunato Peitavino


Qualche giorno fa in un post vi ho parlato della coltivazione della canapa in val Nervia indicando con il nome di canavaire i luoghi dove si praticava, toponimo ancora in uso.
L'amico Marino Cassini a tal proposito mi ha inviato alcune sue riflessione sui toponimi soprattutto su quello del rio Merdanzo.
In allegato vi erano anche due racconti, uno di Antonio Rubino pubblicato sul Corriere dei piccoli del 1933 dal titolo Le gesta di Rinaldo, l'altro è un racconto che Marino Cassini ha sentito raccontare da un'anziana signora di Isolabona, Maria Oddo.
Entrambi i racconti narrano delle gesta di Rinaldo ma i luoghi narrati sono diversi, a testimonianza che a volte, le leggende e la storia vengono stravolte nel folklore popolare.

Che la storia dei toponimi mi affascina l'ho scritto più volte, è una mania che ho sempre avuto, anche quando abitavo ad Arcore mi piaceva ascoltare i racconti degli anziani che indicando alcuni luoghi li chiamavano con il loro toponimo.
Questi erano soprattutto identificati con nomi di cascina, esisteva la cascina del Bruno, la cascina Papina e altre ma già allora erano in fase di abbandono nel parlare comune.......
C'era anche cascina San Martino ma oggi la chiamano tutti Villa San Martino anche se per me quella villa si chiamerà sempre Villa Casati, mentre la cascina di San Martino resterà il luogo dove ho trascorso indimenticabili pomeriggi con la mia compagna di scuola Laura, figlia del fattore.
Quelli di Isolabona li conosco per la maggior parte e non solo di nome ma anche l'ubicazione.
Dedicai un post ai toponimi di Isolabona a cura di Paolo Veziano qui
Mi piacerebbe sapere da voi cari lettori se l'uso dei toponimi dalle vostri è ancora in uso.....


Di Marino Cassini

TOPONIMI DELLA VAL NERVIA
Attraverso la leggenda


A volte ci si chiede: “Perché a quella località è stata battezzata con quel nome? Chi e per quale ragione l’ha scelto?”. La scienza della toponomastica affonda le sue ricerche nel campo storico, geologico, sociologico e, soprattutto, in quello folkloristico e fantastico, legato a fatti avvenuti, a leggende, a racconti, a situazioni particolari.
Ricordo un colloquio che anni fa ebbi con l’amico Alberto Cane. Si parlava del Barone Rampante di Italo Calvino e del suo personaggio, il barone Cosimo di Rondò, che aveva scelto una località caratteristica per isolarsi “dalla terra”: un torrentello che sulle carte topografiche è segnato col nome di Rio Merdanzo, un nome ben strano e poco piacevole sia per la vista, sia per l’olfatto.
Io sostenevo la tesi (che avevo letto su un libro di Storia Ligure) la quale riferendosi al medioevo parlava dell’esistenza del “Rivus Mendacium” (Ruscello menzognero), così definito perché, scorrendo tra le valli che da Monte Bignone raggiungono la Val Nervia (dove il rio si immette nell’omonimo torrente), quando piove intensamente sui monti, raccoglie tutte le acque e si ingrossa a dismisura per cui alla pigrizia iniziale corrisponde all’improvviso una piena inattesa. Un ruscello, quindi, che dice le bugie, contraddicendo la sua mitezza iniziale. Un torrente menzognero,insomma.
Rimane, però, il mistero del mutamento da “Mendacium” in “Merdanzo”.
Che fosse per lo scarico dei liquami nel ruscello da parte degli abitanti della zona? Una debole spiegazione perché a contatto col ruscello ci sono solo due paesi: Apricale e Perinaldo… e poi fino a qualche decennio fa i liquami umani e quelli animali non andavano mai sprecati nell’economia rurale, anzi venivano utilizzati nei campi per concimare la terra. Quale vecchio contadino non ricorda di aver portato sulle spalle, avvolto in un “curauu”, un barilotto di una ventina di litri, da spargere sulle zolle dell’orto dove avrebbe piantato zucche, pomodori e fagioli?
L’amico Alberto mi accennò ad un’altra spiegazione che mi convinse. Mi disse: “Hai mai notato che le “canaväire” [piccoli appezzamenti di terreno, tipo orti] si trovano quasi sempre a pochissima distanza dai corsi d’acqua? Per me – spiegò – la parola dialettale “canaväira” significa : appezzamento di terreno coltivato a canapa. I contadini, per ottenere i fili per tessere pezze di canapa, mettevano a macerare i fusti leggeri della canapa in pozzetti pieni d’acqua. Ora, si dà il caso che la canapa, durante il processo di decomposizione e di fermentazione, emana un fetore tremendo, una puzza simile a quella delle feci. Ecco dunque l’aggancio, il passaggio del toponimo da Mendacium a Merdanzo”.
Una spiegazione, quella fornitami da Alberto, oltremodo logica.

E di attribuzioni particolari circa la toponomastica nelle nostre valli ne ho riscontrato altre.
Sere fa, mentre sfogliavo alcune annate del “Corriere dei Piccoli”, mi sono imbattuto in alcuni racconti di Antonio Rubino, profondo conoscitore delle nostre valli di Ponente, e uno in particolare mi ha colpito: Le gesta di Rinaldo.
Conoscevo un racconto simile, che udii dalla viva voce di una anziana signora di Isolabona, Maria Oddo. L’ho messo mentalmente a confronto con quello di Rubino e ho notato come la fantasia popolare possa completamente stravolgere un fatto.
Giudicate voi.

Le gesta di Rinaldo
Leggenda ligure
(Versione di Antonio Rubino, pubblicata sul “Corriere dei Piccoli” Anno 1933, n° 29)

Nell’estate dell’Anno di grazia 800, Rinaldo di Montalbano, paladino di Carlo imperatore, cavalcava attraverso le montagne dei Liguri, diretto alla dolce Provenza.
Da Albingauno, città dalle venti torri, egli risalì a gran galoppo la Valle dell’Arroscia, valicò il Passo della Mezzaluna e discese in quattro salti ai tre castelli di Triora. Non c’era dirupo tanto scosceso, non c’era passo tanto impervio, non c’era selva tanto intricata da arrestare l’impeto del vecchio Baiardo; sembrava quasi che l’aria sottile e l’aroma dei fiori alpini ridonassero al cavallo nuova giovinezza. Saltava di greppo in greppo con la snellezza di un capriolo, annitriva di gioia, scoteva al vento la criniera e, dove i boschi eran più fitti, sfondava col petto l’intrico dei rami.
Uscito da Triora, Rinaldo affrontò di impeto la montagna, internandosi in un tenebroso bosco di faggi, su per una gran costa e raggiunse la limpidissima Fontana d’Argallo. L’aria era tiepida e il sole dardeggiava forte. I prati fioriti, la cupa ombra dei boschetti e il mormorio dell’acqua facevano di quella verde conca un paradiso, tanto che Rinaldo fermò il cavallo e mise piede a terra. Bevve alla chiara fonte e lasciò che Baiardo pascolasse un momento in libertà.
Ma quella breve sposta fu fatale al cavallo. Sazio d’erba tenera, Baiardo provò a gustare le foglioline e le bacche d’uno strano albereto contorto e lo strano alberetto, ch’era un tasso, altrimenti chiamato albero della morte, gli mise nelle vene il succo mortale.
Quando Rinaldo risalì in arcione il cavallo fu preso da una improvvisa follia: si lanciò a gran salti verso ponente, lanciando urli di dolore che parevano lamenti umani. Sotto i suoi ferri le pietre mandavano lampi, i pini, urtati nella corsa, si schiantavano come canne, un vento pauroso scoteva le cime degli alberi, tutta la montagna rintronava allo scalpitìo di quel galoppo sfrenato. Dopo un’ora, coperto di bava e di sudore, il corsiero cadde per non rialzarsi mai più. Si abbatté sulla sommità di una balza, volse gli occhi al sole ed esalò l’anima in un nitrito.
Nella viva roccia Rinaldo fece scavare una tomba dove diede al cavallo onorata sepoltura, poi sul coperchio incise con la punta di Fusberta la parola BAJARDO.
La località prese da quel giorno il nome di Bajardo, e Bajardo si chiama ancora oggi il paese che vi è sorto.
********

Rinaldo di Montalbano proseguì a piedi il suo cammino mentre già le montagne dell’Esterello si delineavano azzurre, all’orizzonte. Camminò per boschi e campagne fino a sera.
Cammina, cammina, giunse ad un monte coronato da fuochi. Una moltitudine di gente stava accampata attorno a quei fuochi, all’aperto. Erano uomini, donne, fanciulli sfuggiti ai saraceni che, guidati dal terribile Soridano, mettevano a sacco i paesi della costa.
L’improvvisa apparizione di Rinaldo armato, seminò il panico in mezzo alla folla dei fuggiaschi, ma il paladino impugnando la spada capovolta a mo’ di croce gridò forte:
“Vengo nel nome della vera Fede. Chi non ha Fede vada, ma chi ha Fede resti!” E così dicendo picchiò forte il piede sopra la roccia, e sulla roccia rimase impressa, profonda e indelebile, l’orma.
Dell’impronta di quel piede la località fu detta [piede di Rinaldo], e Perinaldo si chiama ancora oggi il paese che vi è sorto.

**********
Rinaldo aveva con Soridano un vecchio conto da regolare. Lo aveva, sotto le mura di Parigi, ferito di lancia, ma s’era, nella fretta, dimenticato di ucciderlo. Risparmiandogli la vita, gli aveva dato modo di commettere nuovi delitti e nuove ribalderie.
A tale dimenticanza bisognava al più presto rimediare.
Per farlo Rinaldo armò tutti gli uomini validi, si fece inviare rinforzi dai Conti Tenda e di Dolceacqua e requisì tutte le corde esistenti nella regione. Fece da tutti quegli armati e con tutte quelle corde sbarrare la strada del Nervia, poi, legatasi la spada al polso con un’altra corda, si recò solo in località Soldano dov’era il campo saraceno e suonò il corno tre volte.
Tutto l’esercito saraceno uscì dalle tende, alla rinfusa, preceduto dal terribile Soridano. Brandiva costui due lunghe scimitarre e stringeva tra i denti un pugnale.
“Soridano! - gridò il paladino, - Io son Rinaldo e vengo a terminare la partita che abbiamo interrotta sotto le mura di Parigi”.
A quel nome e a quel ricordo Soridano impallidì. Avrebbe voluto rispondere, ma non poteva, per via del pugnale che aveva in bocca.
Fece un cenno ai suoi arcieri, e i suoi arcieri, contro tutte le regole della cavalleria, lanciarono un nugolo di frecce contro Rinaldo.
Questi perdette subito la pazienza e cominciò a far roteare in aria la spada che portava appesa al polso.
Al primo giro la testa di Soridano, tagliata netta, volò via col pugnale e tutto: al secondo giro volarono in aria le teste dei quattro che gli facevano la scorta.
Poi la spada, roteando e fischiando sempre più forte, cominciò a mietere i saraceni come fossero spighe di grano.
Allora il terrore si impadronì dell’esercito infedele che si diede alla fuga incalzato da Rinaldo che non cessava su far mulinello con la spada.
Nella piana del Nervia il massacro fu tale che la località fu chiamata CAMPOROSSO, nome che conserva ancora oggi.
I pochi superstiti incapparono nelle corde che sbarravano la valle, furono fatti prigionieri e condotti alla presenza di Rinaldo, legati come salami.
“Troppo avete nuociuto!” - disse loro il paladino. - Non meritate pietà. Tuttavia avrete salva la vita, se giurate di rendervi utili, lavorando!”
I prigionieri giurarono ed ebbero salva la vita. Prima di proseguire il suo viaggio, Rinaldo di Montalbano li consegnò al Conte di Tenda, perché li mettesse a lavorare nella miniera d’argento di Vallaura.
Alla miniera il lavoro era duro. I prigionieri saraceni accumulavano contro la montagna enormi tronchi di larici, davano fuoco al mucchio e facevano col calore sgretolare la roccia. Quando la roccia era sgretolata e cotta, più facile riusciva romperla con le mazze e allargarne le fenditure. Penetrarono così a poco a poco, giorno per giorno, nelle viscere del monte raggiunsero i bianchi filoni del minerale che, lavato e ripulito, brillò a cumuli nel sole.
Oggi ancora, alla miniera di Vallaura, si può, per centinaia di metri, penetrare in quella che viene chiamata la GALLERIA DEI SARACENI.
Ma se il lavoro era duro, dolci erano i riposi. A turno, nelle giornate libere, i saraceni potevano cacciare i cervi e i camosci, pescare nei laghetti, compiere i loro riti.
La Val d’Inferno e la Val Fontanalba erano i ritrovi abituali; sulle rocce levigate di quelle valli selvagge essi si dilettavano a incidere, con infinita pazienza , le rozze figure che suggeriva la loro fantasia. Teste di cervi, di mucche, attrezzi da lavoro, reti, ceste, anelli, focacce fiorivano, come una misteriosa scrittura, sulle pietre. Anche le gallerie della miniera coi mucchi del minerale, anche le grossolane macchine per lavare l’argento venivano da essi cento volte riprodotte.
Queste incisioni esistono tuttora, a migliaia, e si chiamano le MERAVIGLIE.
Nessuno di quei saraceni volle mai, nel suo cieco orgoglio, farsi cristiano. Uno solo, l’ultimo superstite di essi, chiese, a poco distanza dalla morte, il battesimo, perché una miracolosa apparizione lo aveva convertito alla Fede. Aveva veduto un grande cervo, recante tra le corna una croce luminosa, ritto sulla sommità del Mon Bego.
Chi non crede a questa leggenda può, sempre che voglia, controllarne l’esattezza, sul posto.
Risalga le valli del Roja e della Miniera, s’interni nella Valle delle Meraviglie e là, tra migliaia di incisioni che adornano le rocce lisce, vedrà, nitida e bella, la testa del Cervo con la Croce.








Le gesta di Rinaldo
(raccolta a Isolabona da Marino Cassini)

[La prima parte relativa al toponimo di Baiardo è identica a quella raccontata da Rubino. Il racconto, però, prende subito una svolta diversa in quanto racconta la nascita dei toponimi di altre località non presenti nella versione di Rubino e cioè i toponimi di Perinaldo [che risulta modificato], Apricale, Isolabona, Dolceacqua, Camporosso [anch’esso modificato] e Ventimiglia.

…..Rinaldo, rimasto solo dopo la morte del fedele Baiardo, passò la notte in preghiera e nei ricordi delle molte avventure vissute assieme al suo destriero, alle battaglie affrontate al seguito di Carlo Magno. Non si accorse neppure che la nebbia notturna si era trasformata in pioggia sottile che penetrava attraverso i suoi vestiti e gli gelava il corpo. Con l’arrivo dell’alba e col cielo ricoperto di nubi, si avviò verso la costa, vagando per i boschi senza sentieri e avvertendo i sintomi di una malattia che il freddo della notte aveva aggravato.
Non si accorse neppure di essere arrivato vicino ad un gruppo di casupole di legno abitate da boscaioli che lo accolsero e lo ospitarono. Il paladino rimase in un dormiveglia per alcuni giorni, durante i quali fu curato dalle mogli dei boscaioli finché i sintomi della malattia cessarono. La febbre che lo divorava si attenuò e si spense.
“Dove mi trovo?” chiese non appena poté parlare.
“Tra buona gente, cavaliere. Siamo boscaioli e viviamo con i prodotti della terra.”
Rinaldo rimase con loro per alcuni giorni, finché non decise di riprendere il viaggio. Ma prima di partire, guardandosi attorno e constatato che il gruppo di casupole era costruito in cima di un poggio, volle battezzare quel luogo col suo nome e lo chiamò POGIUM RINALDI (Poggio di Rinaldo – oggi Perinaldo).
Salutata quella buona gente che lo aveva accolto e curato, raggiunse le pendici del colle e attraversò un ruscello in cui scorreva poca acqua.
La giornata era splendida e il sole brillava alto nel cielo. Alzando il capo verso la sommità di una collina a forma di piramide notò alcune volute di fumo che si innalzavano. Segnale che là si trovava qualche casolare di contadini o pastori o boscaioli. Decise di far loro visita e risalì le pendici del monte pensando alle ragioni che avevano spinto quegli abitanti a scegliersi come dimora il cucuzzolo della collina. Probabilmente erano fuggiti dalla costa dove i Saraceni continuavano le loro ruberie, uccidevano gli uomini e rapivano donne e bambini per venderli come schiavi sui mercati orientali. Tra quei monti la gente doveva sentirsi al sicuro.
Quando raggiunse la sommità fu accolto da un gruppo di bambini, da donne curiose e da uomini inizialmente sospettosi.
“Vengo in pace, buona gente. Non abbiate timore di me. Come si chiama questa località?.
Nessuno rispose.
Rinaldo si guardò attorno. Il sole inondava gli alberi e le foreste circostanti. Un luogo idilliaco, pensò, e abbagliato dal caldo sole, esclamò “Oh, apricum collis!”
Senza volerlo il paladino aveva inconsciamente suggerito agli abitanti che lo ascoltavano il nome che forse cercavano per dare una identità al luogo che avevano eletto per viverci. E da quel giorno la località prese il nome di APRICALE (cioè: colle soleggiato).
Chiese agli uomini da quanto tempo vivevano in cima al colle e quelli risposero che solo da un mese ne avevano preso possesso. Erano fuggiti dalla costa dove facevano i pescatori perché le scorrerie degli sciabecchi saraceni erano troppo frequenti e nel pericolo che poteva manifestarsi da un momento all’altro non si poteva vivere tranquilli a lungo. C’era poi un pirata saraceno di nome Mustafà Alì la cui crudeltà era temuta in tutto l’arco della costa ligure. Avevano saputo che a monte delle rive del Nervia altri fuggiaschi avevano trovato rifugio e si erano rifatti una nuova vita cambiando le loro abitudini da pescatori in pastori, contadini, taglialegna.
Uno di loro gli disse che più a valle, alla confluenza del rio che scorreva ai piedi della collina con un più ampio torrente, in una zona chiamata Lagaccio, già esisteva un folto gruppo di ex pescatori che si erano sistemati sulla sponda destra , vicino ad un ponte romano.
Curioso per natura, Rinaldo, quando lasciò il “colle aprico”, dopo che gli abitanti ebbero con lui spartito il modesto pasto fatto di carne arrostita sulla brace e di frutta di bosco, si diresse verso Lagaccio. La distanza non era molta e presto si trovò alla confluenza del rio con il Torrente Nervia.
Su uno sperone roccioso, in prossimità di un ponte a schiena d’asino, sorgevano alcune casupole in torno alle quali uomini e donne si avvicendavano nei lavori domestici. Sotto il ponte sorgeva un ampio lago dalle acque scure e profonde dove alcuni ragazzetti stavano pescando con la canna.
Dopo il primo istante di diffidenza nel vedere lo sconosciuto con la corazza lucente addosso e la spada al fianco, Rinaldo fu accolto festevolmente, specie dai bambini eccitati per la novità di quell’incontro e per le straordinarie avventure che quell’uomo poteva loro raccontare. E si rallegrarono quando seppero che il giovane guerriero sarebbe rimasto in loro compagnia per alcuni giorni. Passò una settimana durante la quale Rinaldo ebbe agio di conoscere e apprezzare l’indole di quel gruppo affiatato, composto di gente salda, robusta, fidabile, tanto che una sera, attorno al fuoco chiese loro: “Perché avete battezzato questa terra col nome di Lagaccio. Ben poco si addice alla serenità del luogo.”
“Vede, cavaliere, noi eravamo abituati all’immensa distesa del mare, quasi sempre azzurro, sporco e scuro solo nei giorni di tempesta, ma subito pronto a riprendere il primitivo colore. Qui ci siamo trovati di fronte a questo minuscolo lago, assai profondo e dalle acque sempre cupe, un lagaccio, insomma. Ecco il perché del nome.
“No, - rispose Rinaldo – è un nome che non si addice a questa località. No, non mi convince e poi dà al paese che state costruendo un nome assai sgradevole. Questa per voi è un’isola di pace, dove regna l’amicizia, la solidarietà e la bontà. Io l’avrei battezzata Insula Bona. E da quel giorno, secondo la volontà di Rinaldo, agglomerato di case, la maggior parte in pietra, prese il nome di ISOLABONA.
Quella breve vacanza di Rinaldo e quei giorni di riposo finirono bruscamente. Terminarono il giorno in cui un boscaiolo proveniente dal mare diffuse la notizia che Mustafà Alì e i suoi saraceni dopo aver messo a ferro e a fuoco la costa, si stavano dirigendo verso l’interno, razziando, uccidendo e portando via donne e bambini. Lui era riuscito a fuggire e ora voleva avvertire gli abitanti della valle affinché si preparassero alla difesa.
Senza porre indugi, Rinaldo indossò l’armatura di ferro, il cimiero piumato e messa al fianco Fusberta, la fida spada d’acciaio di Toledo, accompagnato da due giovani aitanti, armati di forca e bastone, si diresse a grandi passi verso il mare, ridiscendendo il greto del fiume.
Giunto a poca distanza da un ponte romano a schiena d’asino, simile a quello che aveva visto a Isolabona, udì grida di terrore, frammiste a urla sguaiate di soldati. Avvicinatosi maggiormente si trovò all’improvviso di frontge ad uno sparuto gruppo di uomini armati di falci, bastoni, forche di legno che lottavano per difendere donne e bambini che stavano alle loro spalle. Ma poco potevano quelle armi rudimentali contro le scimitarre e i pugnali.
Tratta dalla guaina la spada, Rinaldo si gettò nella mischia e roteando Fusberta cominciò a menar fendenti. La spada, guidata dalla sua mano salda e possente, fischiava tagliando l’aria e si affondava nei corpi dei saraceni che cascavano a terra colpiti a morte. Visto l’inaspettato aiuto quasi sceso dal cielo, tutti gli uomini si gettarono sui nemici con novello impeto. La battaglia durò a lungo e cessò quando Rinaldo e il saraceno Mustafà Ali si trovarono l’uno di fronte all’altro.
Si trattava di due veri campioni, adusi nelle tenzoni corpo a corpo e abituati a lottare con la spada. I presenti li attorniarono senza intervenire. La legge cavalleresca prevedeva che solo gli interessati al duello dovessero combattere. E combatterono. Combatterono a lungo finché, uno dei due cadde a terra. Mustafà Alì, colpito a morte, lanciò una occhiata feroce a chi lo aveva vinto in leale combattimento e, pronunciando il nome di Allah, morì.
Rinaldo, coperto di sangue, fu accompagnato poco distante dal ponte, là dove da una profonda fenditura di una roccia sgorgava uno zampillo d’acqua. L’acqua aveva formato una minuscola pozza dove quotidianamente si abbeveravano gli animali. Il paladino vi si immerse e provò un tale sollievo che gli fece esclamare: “Ti ringrazio, Signore, per quest’acqua fresca, cristallina, pura capace di far rinascere uomini, animali e cose. – E, bevendo direttamente dalla fonte, aggiunse, - e ancor più ti rendo grazie per la dolcezza con cui essa lenisce le mie ferite e calma la mia gola arsa dalla lunghezza della battaglia. Grazie,mio Dio, per questa dolce acqua.
E da quel giorno la località dove avvenne la battaglia venne battezzata col nome di DOLCEACQUA.
Bastarono pochi giorni di riposo, prima che Rinaldo potesse riprendere il cammino verso il mare, la meta che si era prefisso. Il cammino che gli rimaneva da compiere per raggiungere la costa era breve.
Quando si incamminò il cielo era sereno, terso, solcato da alti cirri. Voli di uccelli e di gabbiani si intrecciavano sopra la sua testa. Una brezza leggera, odorosa di salsedine sofgiava dal mare. Ogni tanto si fermava per dar sollievo alle ferite non ancora rimarginate. Dopo aver superato un’ansa del fiume si trovò di fronte un’ampia distesa pianeggiante tutta ricoperta da piante dai fiori rosso fuoco, una interminabile distesa di oleandri sotto i quali pascolavano pecore e capre. In lontananza brillava il mare che lameggiava sotto i raggi del sole.
“Come si chiama questa località? - chiese il paladino ad un pastorello che con un vincastro in mano teneva a bada una cinquantina di pecore e capre, mentre un cane gli saltellava attorno abbaiando festosamente.
“E me lo chiede, mio signore? – rispose il pastorello, fancendo con la mano un ampio gesto. - Basta che si guardi attorno e la terra le risponderà.”
Rinaldo sorrise, guardò quella distesa di oleandri, quel vasto campo di color rosso e trovò subito la risposta: CAMPOROSSO.
La riva del mare era ormai vicina e, seguendo lo sciabordìo delle onde che si frangevano sulla sabbia, raggiunse l’arenile dove ebbe una gradita sorpresa.
A poca distanza dalla riva due galeoni che inalberavano una bandiera con la croce di San Giorgio, stavano vicino ad uno sciabecco saraceno che stava affondando. Si trattava della nave di Mustafà Alì che era stata distrutta in un combattimento navale. La costa era stata liberata da un crudele nemico e la tranquillità degli abitanti assicurata.
“Ma fino a quando?” pensò il paladino con tristezza.
Alcuni marinai da bordo dei galeoni lo videro. Qualcuno lo riconobbe e una scialuppa, calata subito a mare, lo raggiunse per portarlo verso nuove avventure.
Prima di salire a bordo, Rinaldo si voltò indietro ed ebbe solo un rimpianto, quello di non poter avere al suo fianco il fedele cavallo Baiardo.

lunedì 7 dicembre 2009

Antichi mestieri ottava edizione 2008....aspettando la nona.




Questo è un video che ho realizzato con alcune fotografie che ho scattato l'anno scorso in occasione dell'ottava edizione degli "Antichi mestieri".
In questi giorni si stanno allestendo le scene per la nona edizione.
In ogni angolo del nostro paese si stanno trasformando cantine, stalle, botteghe e angoli caratteristici per accogliere figuranti durante le serate delle rappresentazioni.
In sottofondo potete ascoltare la canzone con voci originali dei Menestrelli con la canzone I Muratei.....per me questa è la canzone simbolo di Isolabona.

venerdì 4 dicembre 2009

New Magazine Imperia 2009 n° 6

Questa sera al rientro dal lavoro la gradita sorpresa, il numero appena uscito di New Magazine Imperia era li sul tavolino. Questo bimestrale, edito dalla Cei di Imperia, raccoglie articoli di storia, tradizioni, personaggi e punti di vista sulla provincia di Imperia, provincia ricca di tradizioni e di cultura.
A questo numero ho partecipato anch'io scrivendo un articolo tratto da un post che pubblicai tempo fa dal titolo "La civiltà del mulo".


Non posso nascondere di essere contenta, un anno fa non avrei immaginato di arrivare a tanto tramite il blog. Ogni giorno mentre scrivo un post mi chiedo se ne valga realmente la pena, la risposta che mi do è sempre la stessa, continua!
Ognuno di noi mette a disposizione di tutti, dopo la pubblicazione dei post, una parte delle proprie conoscenze, solo con lo scopo di divulgare un messaggio, sia esso di storia o di carattere personale.
La riflessione è il punto di arrivo.
In questo articolo ho ripercorso la vita dei mulattieri, figure ormai scomparse che restano nella memoria di poche persone, da qui l'importanza di non dimenticare queste figure, personaggi, storie, usi e costumi delle nostre terre, perché purtroppo, le memorie sono destinate a essere dimenticate se non vi sono fonti scritte.
Ho riconosciuto l'importanza dello sviluppo economico delle nostri valli a questi personaggi senza dimenticare che hanno anche saputo stimolare la fantasia nel folklore popolare come è successo a Isolabona con la canzone " I muratei"
E' stata una bella esperienza, spero di riviverla.

giovedì 3 dicembre 2009

Quando in val Nervia si coltivava la canapa

Immagine tratta da Wikipedia

Ci fu un tempo in cui a Isolabona e in val Nervia si coltivava la canapa, alcune testimonianze tratte da atti notarili del Borfiga, notaio di Isolabona che risalgono agli anni 1687 - 1701 ne danno conferma.
Questa coltura prese il sopravvento su quella del lino, i luoghi in cui si praticava sono quelli che ancora oggi mantengono il toponimo di "canavaira".


Da Cultura Barocca
[...]
La CANAPA (Cannabis Sativa), originaria dell'Asia Minore, fu coltura gregaria di quella del lino, benché fosse stata praticata sia dai Romani che nel Medioevo.
Si affermò dal XVII sec., benché in val Nervia alcune "Fascie canapili" fossero comparse dal '200, indicate col nome "Canapaira-canavaira" e destinate a sostituire le piantagioni di lino come risulta dagli atti del Notaio Borfiga di Isolabona, nei cartulari degli anni 1687 - 1701 (rogiti in Centro Culturale di Dolceacqua : gli Statuti di Apricale del 1267 al capo 92 riportano una disposizione che riguarda la macerazione del lino e della ginestra "Item statuerunt quod aliqua persona (in gergo verranno poi detti funai) non debeat ponere seu poni facere ginestram, linum, canavum in fossatis de Mendacio -oggi Merdanzo- a fontana usque aquam de valle".
L'erudito Aprosio non diede gran rilievo a siffatta coltura e lavorazione nel ponente ligure, citando quella più praticata nel territorio di Albenga e nel corso del fiume Centa: in effetti però, anche nell'agro ventimigliese la coltura era praticata al punto da comportare regolamentazioni onde non si arrecassero troppo danni all'ambiente e all'igiene.
La diffusione del toponimo "Canapaira" segue i percorsi storici , conseguendo la massima percentuale nel luogo antico di transito della VIA ROMEA identificato dal tardo Medioevo col toponimo "predio di Veonegi".
La coltura entrò in crisi nel XIX sec. con l'avvento del cotone importato: dagli atti si ricava che i contadini l'andavano disponendo sempre, per la commercializzazione sui porti di costa, in campi che non fossero mai distanti dalle frequentate vie di crinale.[...]

Da wikipedia possiamo leggere la storia della coltivazione della canapa in Italia.
[...]
In passato la coltivazione agricola della canapa era comune nelle zone medioeuropee. Da una parte, perché cresceva su terreni difficili da coltivare con altre piante industriali (terreni sabbiosi e zone paludose nelle pianure dei fiumi), dall'altra, perché c'era sempre bisogno di piante "oleose" (per l'illuminazione), "fibrose" (fibre tessili, carta, corda) e di mangime per il bestiame produttivo.
Durante i secoli del trionfo della vela, e delle grandi conquiste marittime europee la domanda di tele e cordami assicurò la straordinaria ricchezza dei comprensori la cui fertilità assicurava le canape di qualità migliori per l'armamento navale. Eccelsero tra le terre da canapa Bologna e Ferrara. In queste zone ancora oggi sono visibili nella campagna i cosiddetti "maceri", piccoli laghetti artificiali utilizzati per mantenere immersi in acqua i tronchi leggeri della canapa raccolti in "fascine" sotto il peso di grossi sassi arrotondati solitamente conservati ai bordi del macero. Dopo alcuni giorni le fibre esterne al tronco venivano staccate con facilità, recuperate e mandate ai filatoi. I resti secchi degli stessi tronchi decorticati venivano usati poi come combustibile povero (in dialetto ferrarese questi tronchi fragili e leggeri, ridotti in pezzetti, venivano chiamati stich). La vitalità dell'economia canapicola felsinea è testimoniata dal maggior agronomo bolognese del Seicento, Vincenzo Tanara. Questi, con una lunga e accurata descrizione, ci tramanda la tecnica colturale della canapa .[1]. Grazie alla qualità delle sue canape l'Italia, secondo produttore mondiale, assurse a primo fornitore della marina britannica. Il tramonto iniziò con la diffusione delle navi a carbone, e fu, per le province canapicole, una lenta agonia, che si protrasse lungo un secolo costringendo alla ristrutturazione di tutte le rotazioni agrarie, continua a leggere

A proposito di canapa.....
Ieri mentre seguivo una trasmissione alla tv, (non mi capitava da mesi di guardarla), ho seguito un dibattito sulle droghe.
Sono rimasta sbalordita dai dati che hanno dato, uno su tutti, l'età in cui si inizia a far uso di droghe è sceso a 14 anni.....
Si inizia con la cannabis a cui produttori senza scrupolo, aggiungono additivi che provocano dipendenza. Si continua arrivando all'uso di cocaina e della terribile ketamina..... sembra che i prezzi siano talmente accessibili che tutti se la possono permettere.....
Non posso negare che le interviste che hanno fatto ai ragazzi che usano questi stupefacenti mi hanno lasciata esterefatta!!!

martedì 1 dicembre 2009

Dolceacqua e il "solito" castello......magnifico.



Questo lo spettacolo che si è presentato davanti ai miei occhi questa sera, per me uno spettacolo unico.....
il castello di Dolceacqua è li da secoli, ma quando si ci mette anche la natura a fargli da coreografia, rimango sempre senza parole!
La luna è praticamente piena, gli manca solo un giorno. In questo mese avremo due l'une piene, la prossima sarà il 31 dicembre e in questo giorno si verificherà anche una eclissi parziale che non sarà molto evidente ma renderà il nostro satellite leggermente più scuro, comunque, per la mezzanotte sarà luminosa come sempre giusto per salutare il nuovo anno.
Se volete scoprire cosa ci regala il cielo di dicembre, non vi resta che fare un giro sul blog dell'osservatorio di Perinaldo, guardate qui