lunedì 30 novembre 2009

Domani avrò un video di sessanta anni fa, anche questa è storia

Fotografia avuta da Paolo Veziano autore della foto A. Moreschi

Queste ore mi sembrano interminabili....aspetto con ansia che arrivino le nove di domani mattina, ora in cui metterò le mani su un documento visivo di circa sessanta anni fa.
Il solo pensiero mi elettrizza, anche se non ho visto il contenuto so con certezza che si tratta di un documento di rara bellezza e di contenuti che, purtroppo non è facile reperire.
Qualche giorno fa su questa tribuna si è tenuto un dibattito su alcune fotografie, non ho detto in quell'occasione che reperire foto e altro materiale si tratta di un lavoro che a volte rasenta l'elemosina, un lavoro che comporta perseveranza e amore per la divulgazione storica.
Chi come me si occupa di storia locale è sempre alla ricerca di materiale, sia esso fotografico, contenuto di manoscritti, vecchie delibere comunali e fotografie, appunto.
Le fotografie rappresentano un documento unico, il video che avrò domani rappresenta per me qualcosa di più, perchè attraverso il video potremo vedere e rivivere momenti che non si ripeteranno mai più.
Mi è capitato di vedere un cortometraggio girato nel 1961 in un piccolo paesino sulle alture di Bordighera a Sasso, video che posseggo grazie al suo autore e di chi lo possedeva che gentilmente me ne ha rilasciato una copia.
In questo cortometraggio, della durata di 25 minuti sono passati sotto i miei occhi ambienti che solo in poche fotografie sono stati immortalati e vi posso assicurare che l'effetto di vederle scorrere sotto forma di fotogrammi ti trasmette un'emozione unica.
Anche questa è storia e domani aggiungerò un'altra pagina alle mie ricerche sulla storia locale.
Ve ne riparlerò sicuramente e vi farò anche vedere il video, però prima me lo assaporerò da sola!!!

Aggiunta delle ore 21,23,

Mi sono dimenticata di scrivere che questa mia perseveranza nella ricerca e nella divulgazione della storia locale, ha ricevuto l'onore di avere uno spazio tutto suo durante la manifestazione della nona edizione degli antichi mestieri di Isolabona, infatti molti miei post saranno esposti nell'area dedicata alla storia e ai personaggi storici di Isolabona.

domenica 29 novembre 2009

Ho incontrato Sara Rodolao, ha ricevuto il premio speciale della giuria al concorso G. Natta di Vallecrosia





Questo pomeriggio ho conosciuto personalmente Sara Rodolao, l'occasione è stata la premiazione per l'undicesima edizione del concorso letterario nazionale dedicato a "Giacomo Natta" organizzato dal circolo culturale Smile di Vallecrosia, concorso a cui Sara ha partecipato insieme ad altri 230 poeti e dove ha ricevuto il premio della giuria  "per la più bella poesia dedicata al mare" dal titolo " Borghi liguri"







La poesia è bellissima, ve la presentai già qui

Borghi liguri
di Sara Rodolao.

Borghi liguri in inverno...
cantucci pittoreschi
della mia terra;

pennellate pastello,
nella cornice smeraldo delle alture,
pescatori sui moli
in attesa di bonaccia
e mezzelune dei gozzi
esposti al vento,
come gusci di arcobaleno.

Borghi liguri in inverno...
Frotte di gabbiani
a solcare nuvole arrabonde,
concerti di spume nei litorale,
là dove l'onda
si scioglie al bacio dei ciottoli,
e grandiosi silenzi,
silenzi che inzuppano case antiche,
sentinelle di un tempo
che non torna.

Borghi liguri in inverno...
Acquarelli,
talvolta acqueforti-
cuori pulsanti della mia terra!




Per incontrare Sara e assistere alla premiazione ho sfidato il brutto tempo, come tutti quelli che hanno partecipato alla manifestazione, Sara compreso. E' stata una toccata e fuga, purtroppo non ho avuto la possibilità di parlarle molto vista la circostanza, ma in lei ho visto una persona stupenda.
Ci saranno sicuramente altre occasioni, per ora mi accontento di esserle stata vicina in questa occasione e di averla abbracciata.


Se volete approfondire leggete qui e qui
Ciao Sara, alla prossima occasione!

sabato 28 novembre 2009

La Bandina



Gianni Veziano in piedi mentre suona il basso tuba

Questa sera mi sono recata fin dal Piombo, il bar che si trova sulla strada provinciale a Isolabona per andare a prendere mio figlio che, insieme ad altri amici era dal Lula per festeggiare il compleanno della loro amichetta Eleonora.
Appena posteggiata la macchina ho sentito la musica provenire dal locale, la musica della bandina è inconfondibile.
Entrata dal Piombo per bere un caffè, mi sono ritrovata coinvolta nel clima goliardico che solo loro possono trasmettere a suon di note. La bandina non è composta solo di musicisti di Isolabona ma, vi sono rappresentanti di Dolceacqua e di Pigna, purtroppo questa sera, era ridotta visto che i festeggiamenti posticipati per Santa Cecilia erano iniziati già questa mattina.....


Bruno Piombo


Mi ricordo che quando venivo a Isolabona in vacanza, mi sembrava strano vedere all'interno dei bar o in alcuni angoli del paese i musicisti suonare, il clima che si creava era unico. Le persone cantavano e suonavano e tutto intorno sembrava più bello.......si dovrebbe fare più spesso e soprattutto si dovrebbero mandare i bambini a imparare la musica perchè tutto questo non finisca mai.
In ogni paese vi era una banda e anche a Isolabona c'era, oggi in val Nervia ne esistono solo due, una Dolceacqua e l'altra a Pigna-Castelvittorio.
Di seguito alcune fotografie storiche dei musici di Isolabona.



Al centro di questa foto il maestro Edoardo Cassini, storico Maestro della banda di Isolabona che ha insegnato la musica a tanti ragazzi e autore delle musiche della canzone i Muratei. In piedi Giannino e seduto Gildo.
Le note mettono allegria perchè la musica unisce......la musica è emozione.


giovedì 26 novembre 2009

Castelvittorio un tempo si chiamava Castelfranco

Fotografia tratta da Castelvittorio.net

Castelvittorio mi ha sempre dato l'impressione di essere un luogo a se.
Sarà che la sua posizione geografica lo rende quasi separato dal resto della valle, sembra quasi che da ogni casa si possa controllare chi si stia avvicinando.
Facendo ricerche su questo luogo ho scoperto che il suo nome è recente, solo dopo l'unità d'Italia è stato trasformato da Castelfranco a Castelvittorio, proprio in onore del Re Vittorio EmanueleII di Savoia.
Castelfranco era una specie di zona franca, un luogo di confine tra lo stato di Genova a cui apparteneva e lo stato dei Savoia.
Ho parecchi amici che vi abitano, e la mia cara Raggio è originaria di questo luogo.
Si dice che il loro carattere sia forte, e leggendo la storia di questo borgo ho scoperto che erano fortissimi combattenti, dei soldati valorosissimi, ecco perchè mi sembra di vedere in loro un qualcosa di speciale, una caparbietà unica.
Tra Castelvittorio e Pigna, il comune sottostante vi è stata sempre una forte rivalità, è da ricordare che i pignaschi trafugarono la campana di Castelvittorio che a loro volta rubarono le pietre che rivestivano la piazza di Pigna, questo fatto si divide tra leggenda e realtà......
Anche il loro dialetto è unico, a differenza di quello degli altri paesi della valle è ricco di "Z", guarda qui
Conoscere la storia dei nostri vicini è importante, grazie al sito di Cultura Barocca e soprattutto nella figura del Prof, Bartolomeo Durante abbiamo la possibilità di accedere a tante informazioni sulla nostra storia.

Dedico questo post a tutti gli amici di Castelvittorio.

Da Cultura Barocca

[...]

CASTELVITTORIO

Ultimo nome (del 1862 in onore di Vittorio Emanuele II di Savoia) del borgo murato di "Castel Dho" o "Doy" detto nel XIII sec. Castrum Dodi dal personale Dodo, di origine germanica, riferito al fondatore od al capo dell'originario presidio militare.

Già castello dei conti intemeli nel 1261 passò sotto Genova e quindi sotto la Podesteria di Triora: la popolazione, fida a Genova, fu esentata da alcuni obblighi fiscali ed il paese prese nome di "Castelfranco" da "franco" cioè "libero" da doveri fiscali. Era difeso da un castello centrale e da mura con 4 torri: fu Sentinella di Genova contro Pigna dopo che questa passò sotto gli Angioini e quindi i Savoia (XIV sec.).

Al pari di Triora il borgo dava degli ottimi combattenti, irregimentati nella condizione di militi villani, saldi combattenti sui cui a lungo la Repubblica fece conto per salvaguardare i suoi confini, come si ricava da relazioni periodiche di magistrati delegati ad ispezionare questo (ed altri) quartieri di disciplinate milizie popolari.
Osservato dalla "Colla" di Pigna ha aspetto di borgo imprendibile sito su uno sperone di calcare marnoso a 420 m. di altezza. Visto da Sud il paese denota la sua conformazione a cuneo, completata da un'asse che risale il colle sino alla diruta chiesetta di S.Lucia. Nel borgo si riconoscono tracce d'architettura difensivo-militare medievale (specie in via Roma, vicolo che collega la zona alta dell'insediamento con piazza XXSettembre (l'antica "piazza pubblica fuori mura") dove si scoprono diversi portali d'ardesia. Qui in antico esisteva una via ad anello su cui si son poi edificate le costruzioni della parte più recente dell'abitato: le case che son state erette in questa area sorgono sui resti di una seconda cinta di mura poi abbattuta per l'ingrandimento della località.

Per individuare il nucleo del borgo originario, di case di pietra senza intonaco e fra loro addossate, è necessario risalire ad un piccolo centro murato poi fasciato da mura seicentesche: è il paraixu, detto in luogo l'astregu derivato forse dal latino astricum, che comprende la piazzetta ai cui margini stavano la casa comunale, la chiesa e le residenze più antiche che son collegate con la piazza tramite vicoli spesso coperti ad arco, in pendenza o fatti di scalinate (nel XVII sec. si entrava nel paese da 4 porte tuttora esistenti nella cinta muraria: bella è quella sita presso la chiesa di S.Caterina che guarda verso Pigna).

Alludendo alla lunga e complessa vicenda delle PARROCCHIALI DI CASTELVITTORIO scrive N.Allaria Olivieri (Castel Vittorio, notizie storiche-religiose-politiche dal 991 al 750, Chieri [s.d.], p.9) "La vecchia chiesa di N. S. DEL NOGARETO MARIA ASSUNTA che dal 955 era stata la PARROCCHIALE di CASTEL DI DHO, non era in posizione logistica di ottimalità; abbandonata e diruta per azioni vandaliche, aveva cessato di funzionare; ritirati nella cerchia di mura fortificate il nucleo castellese allora potè usufruire della piccola chiesetta costruita nel 1330 alla sommità dell'agglomerato sull'area del giardinetto di casa Rebaudi. La chiesa sorse sulle rovine di un oratorio gentilizio della stessa famiglia e venne dedicata a S. STEFANO PROTOMARTIRE.
Nel 1650 si rovinò e sulle sue fondamenta nel 1749 fu costruita la NUOVA CHIESA per opera di Don Giuseppe Rebaudi"

Alle pp.8-18 del citato suo lavoro N. Allaria Olivieri riporta dati e documenti essenziali per intendere i rapporti della popolazione sia con lo Stato genovese che con la Chiesa ligure, stretta collaboratrice dello Stato; lo zelo e la precisione dell'autore fanno pensare che possa esser cosa giusta, onde rendergli merito, piuttosto che far uno scialbo riassunto delle sue ricerche, registrare compiutamente (anche con rispetto delle scelte grafiche) quanto da lui scritto:

" [dall'inoltrato XIV sec.] Le decime e gli emolumenti, una volta dovuti ai capitani e a chi faceva giustizia, restano nella comunità; vengono versati per determinati servigi; una parte di essi vanno al rettore spirituale, il quale vive già in mezzo alla comunità di CastelFranco.
Sono gli stessi consoli a redigerne il minuzioso elenco e, in nome dell'autorità che viene loro dalla "munifica [ma forse è da intendere secondo l'uso "magnifica"] comunità" , a tutelarne l'osservanza scrupolosa.
La considerazione dei "focolari" [nuclei di famiglia], in quel primo tempo, non era certo numerosa; si pensi che quattrocento anni più tardi, per l'esattezza il 30 aprile 1631, Gian Vincenzo Imperiale, commissario delle Armi di Genova, in visita all'avamposto genovese aveva a scrivere: "mi fermai in Castel Franco opposto a Pigna, a frontiera al nostro stato, loco da 200 uomini da combattere... ed io stimo il mantenerlo in questa forma presidiato, custodito da guardie di paesani giacché in questo modo essi conservano la disciplina".
Sebbene ristretti nelle cerchia delle vecchie mura, il tenore dei decreti accennati lasciano credere, che già allora, una parte della comunità, comprendeva uomini sparsi nelle campagne circostanti, rese libere dall'ingerenza di Triora. A questo popolo di contadini e di militari era imposto più che dall'autorità religiosa, dall'autorità della Repubblica un rettore, sacerdote o frate. Da qui l'imposizione da parte dei consoli di una parte delle decime dovute e dei censi.
Le notizie riportate e la costruzione della nuova chiesa per la comunità di CastelFranco chiudono un periodo di circa trecento anni. Non è affatto errato pensare che in detto lasso di tempo in CastelFranco, di volta in volta, si siano avvicendati sacerdoti o frati alla direzione spirituale del popolo.
Erano i tempi di rigurgito religioso; ordini religiosi di stretta osservanza, frati o laici passavano di contrada in contrada e non pochi uomini del luogo preferivano il sacerdozio alle armi...
Lo storiografo di Triora, P. Francesco Ferraironi a suo dire, riconosce come obbligo di detta comunità l'inviare in CastelFranco uno dei qualsiasi frati dai locali conventi. E' dunque certo che dal 1280 in poi vi fu una certa continuità di assistenza religiosa e per conseguenza mai furono tolte le decime a cui la comunità di CastelFranco si era sottoposta.

Allora le decime prendevano svariati nomi: la prediale o del grano, dei capretti, del companatico, di Langano, ecc...
Dal documento:
" Cominciamo l'emolumenti dovuti al rettore protempore dal popolo di CastelFranco abimemoraibile consuetudine e si pratica continuamente come si descrive appresso.

Decima Prediale

Chi semina o fa seminare con bovi sui o partecipi di essi, tanto quelli del luogo di CastelFranco, come forestieri nel territorio di detto luogo tanto in terre proprie, quanto in terre comuni sian tenuti, obbligati, costretti pagare il giorno di San Rocco ogni anno al rettore pro tempore moturali tre di fromento alla misura del moturale che tiene il rettore appresso di sé sigillato col sigillo comune.
Ma quelli che seminano o fanno seminare senza bovi siano tenuti a pagare in detto giorno un moturale e mezzo fromento ad esclusione però della canepa et hortaglie; e chi niente semina, niente paga: chi semina e fa seminare fascicoli è tenuto a pagare la decima di fromento; così è stabilito ogni capo di casa.

Decima dei Capretti

Li signori sindaci pro tempore della presente comunità di CastelFranco sono tenuti ogni anno al tempo di detta decima a consegnare al rettore la 4.a parte delli capretti e agnelli che vi esigono da quelli che sogliono pascere bestiame minuto e da norigo sopra il territorio di CastellFranco; è questo sempre praticato senza contradizione alcuna.

Decima del Companatico

Sono tenuti li signori sindaci pro tempore consegnare al rettore etian pro tempore libre due companatico fresco in tutti li giorni festivi, che saranno nel mese di maggio, senza contradizione alcuna.

Decima di Langano

Ogni anno il giorno di S. Gio Batta a di 24 giugno li signori sindaci della comunità di CastelFranco vendano in pupplica collega la decima di Langano, dove seminano o fanno seminare homini di Triora, con obbligazione che il collettore di detta decima sia tenuto consegnare al rettore la quarta parte di quelle vettovaglie che sogliono esigersi dai debitori di detta decima".

Chi ben osserva, si accorgerà come fossero quantomai onerose dette decime per il popolo non sempre proprietario di terreni e costretto a vivere col solo provento delle terre. Ben presto sorsero contrasti; gli stessi sindaci rifiutarono i loro servizi e la consegna delle decime.
Sorge una vertenza: da un lato il rettore e per lui il senato di Triora, dall'altro i sindaci della comunità a nome del popolo.
Ne è animatore Don Giustino de Beghini, preposito protempore; è un uomo di elevatura intellettuale.
Con lunghissima petizione rivolta ai consoli della comunità in data 1720, a di 30 marzo, il De Beghini rivendica i diritti, immemorabili, del rettore; traccia la storia e ne richiama la ragione.
I consoli a di 30 del mese di aprile, alla ora del mezzogiorno, dalla sede di riunione, rispondono riconoscendo leggi e diritti del Rettore.
Sarà per breve. Lo stesso petizionario dovrà spuntare altre armi in avvenire.
Trent'anni dopo, un certo prete, Nicolò Luppi, annotterà in calce alla risposta dei consoli: "Siamo giunti a tempi, nei quali non solo negano di pagare la decima i contenuti nella controscritta supplica, ma saltano anche la medesima decima la maggior parte, che realmente partecipano ne boi, con dire, in tempo delle raccolte, che non partecipano, conforme è seguito a me in un anno e pochi mesi che mi sono qui trattenuto per non essere a cognizione delle casate del Paese, che però procurino i parroci di star occulti, perchè siamo in tempi di Caino, e sua discendenza".[...]
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martedì 24 novembre 2009

La soluzione del crittogramma sinonimico e....alcune considerazioni.

Marino mi aveva avvisato che questo crittogramma sarebbe stato un po' difficile perchè la soluzione poteva essere data da un esperto di ciclismo.
Comunque posso dirvi che a qualcuno che è passato da qui è piaciuto al punto di prelevarlo senza chiederne l'autorizzazione, fregandosene della licenza...... di queste persone ve ne sono tante, ma ve ne sono altre che chiedono il permesso e che citano la fonte.

Mi è successo qualche mese fa, un dottore in agraria mi ha chiesto le fotografie dei fiori delle mie Aspidistre Elatior (garda qui) per poterle pubblicare sul libro che stava scrivendo.... forse domani riceverò questo libro e poi, dopo averlo letto, ve ne parlerò sicuramente.
Oggi un'altra richiesta a testimoniare che la rete è fatta anche di persone che rispettano il lavoro altrui.

La risposta al crittogramma è:

LAISEKA è un famoso ciclista di origine BASCA. Quindi, se Laiseka (che è un UN BASCO) è il primo in classifica , vuol dire che si trova IN TESTA alla classifica: pertanto la soluzione è

UN BASCO IN TESTA

Trattandosi di un crittogramma sinonimico può anche interpretarsi anche come UN BASCO (inteso come "berretto", messo IN TESTA).

Saluti

M.C.

lunedì 23 novembre 2009

L'ultimo crittogramma sinonimico di Marino Cassini

Ho ricevuto da Marino Cassini l'ultimo suo crittogramma sinonimico.

Dai provate a dare la soluzione, a me non sembra molto difficile, hihihihihi;))



Al Tour de France 2, 5, 2, 5
LAISEKA PRIMO IN CLASSIFICA
[L'unico aiuto è: ragionare sul nome]

sabato 21 novembre 2009

I Girasoli, Specie del Genere Helianthus



E' da un po' di tempo che non vi parlo di fiori. Questo che vedete l'ho fotografato a fine settembre ed è un Girasole appartenente alla specie dei Helianthus tuberosus meglio conosciuto dalle nostre zone con il nome di Topinabò. Nasce spontaneamente e abbondantemente lungo il Nervia e ci regala durante la sua fioritura, un paesaggio colorato di giallo.


Di questo girasole è commestibile il tubero, lo si può trovare facilmente sui banchi delle verdure al mercato, un tempo invece, venivano raccolti i sui tuberi e consumati duranti i pasti al posto delle patate, questi come tante altre erbe commestibili che il nostro territorio ci regala.


Il Sig. Moreschi mi ha fatto avere la scheda scientifica che come al solito è una scheda completa di nozioni botaniche, storiche ed erboristiche.
Vi auguro buona lettura di quello che sarà l'ultimo fiore del 2009.

Alfredo Moreschi scrive:

                                                         I Girasoli
                                     (Specie del Genere Helianthus)


Helianthus annuus:Girasù e Giasu a Genova, Girrasù a Bardineto, Ziraséi a Sarzana,
Helianthus tuberosus: Topinabù e Tapinambùr a Genova, Topinabò a Nava, Patata dùsse o d'America a Savona.

Il Girasole, vecchia, abituale conoscenza dei liguri non nasce allo stato spontaneo in Italia. E’ originario dell’America settentrionale, diffuso nelle pianure della maggior parte degli Stati Uniti, del Messico e del Canada meridionale, anche se per molto tempo fu creduto pianta esclusiva del Perù, nazione dalla quale provenivano i primi semi piantati nell' Orto botanico Reale di Madrid nel 1562.
Secondo le cronache del tempo, a scoprirlo sembra sia stato Hernando, il fratello del famigerato Francisco Pizarro, il quale li portò in dono al Re di Spagna Filippo II°.
Presso gli Inca, i Girasoli rivestivano il valore simbolico della sovranità rappresentando il Dio Sole disceso sulla terra; i sacerdoti li ritenevano catalizzatori  di poteri sovrannaturali perché i semi del capolino erano orientati secondo tre spirali contrapposte.
Poco tempo dopo il Girasole sbarcò anche in Italia a Padova, allora centro scientifico di grande importanza come scrive Bartolomeo Clarici: “L’abbiamo in Europa dal ricco Regno del Perù. La descrissero Nicolò Monardes e Francisco Hernandez, li primi: e dopo loro con molta acutezza il Fragoso. Fu celebre nell'Orto Botanico di questa città di Padova, dove si fece veder la prima volta in Italia, e vi crebbe, come scrive il Cortuso al Mattioli. all'altezza di centoventi palmi. Li portoghesi chiamaron con ragione questa pianta "Gigante indiano"; altri "Sol indiano", "Fior del Sole", "Crisantemo"  "Indico Elenio" ed altri differenti nomi le diedero; qual però meglio le avvegna, e che per ragione di sua figura ella la ottenne, si è quello di "Corona del Sole”.

Il Girasole è un vegetale particolarmente imponente, per l’enorme capolino inclinato circondato da uno spettacolare disco dorato e con la parte centrale, costituita da almeno due migliaia di minuscoli fiorellini tubulosi. Anche il monumentale fusto ruvido, ricco di midollo e coperto di foglie lungamente picciolate, è un altro elemento di rilievo, soprattutto per esser capace di raggiungere l’altezza di quattro metri nel breve spazio della sua esistenza annuale. I suoi capolini sono sempre rivolti al sole, anche prima di sbocciare definitivamente.
 L'Helianthus annuus è coltivato industrialmente per diversi motivi: la produzione olearia del seme di Girasole (contiene dal 6 al 14 % di acqua, dall'8 al 19 % di sostanze azotate, dal 22 al 36 % di olio grasso, dal 13 al 21 % di sostanze estrattive inazotate e dal 25 al 35 % fra cellulosa e ceneri) consente la estrazione di un olio che in peso rappresenta all'incirca il 40-50 % del seme sgusciato.
Quando viene estratto a freddo e chiarificato, può essere usato nella alimentazione umana e consentire  la preparazione di surrogati dello strutto e della margarina mescolandolo con stearina vegetale, grasso di maiale o altri grassi vegetali.

Con la pressione a freddo si ha una produzione colorata di giallo paglierino, limpido, con odore gradevole e sapore poco definito. Con quella a caldo, la produzione è più abbondante  ma l'olio si carica d’un gusto sgradevole che ne consente solo usi industriali per la creazione di vernici e colori.
I suoi semi entrano nella maggior parte dei mangimi per volatili da allevamento, ed in molte parti del mondo si servono come cibo sia freschi che arrostiti.  Il pannello, residuo della torchiatura possiede ancora tante materie oleose da rivelarsi un ottimo mangime per gli animali da stalla. Dal midollo, particolarmente abbondante nei fusti si estrae alcool  e, per macerazione, si ricavano forti fibre da cordami.
I Girasoli sono caratterizzati dalla loro veloce crescita che in pochi mesi li porta a superare i due metri, ma per mantenere il trend  necessitano di gran quantità di sostanze veicolata da altrettanta acqua.  Nelle vaste coltivazioni intensive sono migliaia gli ettolitri succhiati dalla terra tanto che in molte parti del mondo sono stati seminati in grandi quantità per bonificare i terreni acquitrinosi come è accaduto nel Canada, in Olanda e per rendere abitabili i terreni malsani intorno a Washington. I Girasoli sono importanti anche perché abbondano di sali di potassio, sfruttati attraverso la bruciatura per  produrre cenere molto fertile da spargere sui campi.
 I Girasoli, infine, sono anche una buona medicina casalinga, un vecchio rimedio campagnolo e familiare per ogni dolore di stomaco e per ogni raffreddore.
L'infuso alcolico si distilla tenendo  per un mese al sole, in bottiglia ben tappata, 100 grammi d'alcool e 50 di teneri gambi tagliuzzati.
Successivamente si filtra e si assume alla dose di due cucchiai al giorno allungati con vino bianco.
Il semplice decotto è diuretico e stimolante con ottimi risultati nei casi di pleurite essudativa: si prepara bollendo in un litro d'acqua per dieci minuti, 5 grammi di foglie tagliuzzate di Girasole e si beve a volontà.
I suoi fiori contengono due alcaloidi il faradiolo e l'arnidiolo, fitosterina, colina, betaina, resina, acido tannico, antocianina.  I semi sono formati da un olio grasso di colore giallo chiaro, lecitina, colesterina, arginina, fitina, albumina, globulina.
L'altro Girasole, subspontaneo in gran parte delle fiumare liguri è il "Topinambour", ossia l'Helianthus tuberosus conosciuto dagli inglesi come "Jerusalem Artichoke".
La storia di questo battesimo è singolare perché fu introdotto in Inghilterra, nel 1617, dove giunse tramite gli orticoltori del celebre Giardino Farnese.  A Roma la pianta era coltivata già da tempo sotto il nome orticolo di "Girasole Articiocco".
Una traduzione inglese, molto affrettata ed approssimativa trasformò in "Jerusalem" la nostra parola Girasole confermando la seconda, giustificata dal sapore del suo tubero simile a quello del Carciofo.
Infatti, l’Helianthus tuberosus o " Topinambur",  è capace di produrre un tubero molto gustoso, abitualmente consumato n tutte le tavole europee sino a quando non è stato sostituito dalla patata.
Il parente selvatico dell’Helianthus tuberosus coltivato è tuttora sconosciuto perché anche nella sua probabile patria d'origine  le forme selezionate si sono sovrapposte per spontaneizzazione.
E' successo anche nella flora italiana, dove esistono diverse varietà colturali: la prima delle quali "con tuberi a buccia rossa" è stata descritta dal botanico naturalista Fabio Colonna nel 1616, ed indicata sotto il nome botanico di "Flos solis farnesianus".
Il tubero è consumabile anche crudo, con sale e pepe, oppure cotto nell'acqua, arrostito sotto la brace ed in altre maniere per renderlo ancor più appetitoso; sono innumerevoli le ricette che lo prevedono come ingrediente.
I tuberi, del "Topinambour", usati anche in medicina, rivelano un alto contenuto d'inulina, zucchero, materie grasse, idrati di carbonio, asparagina, arginina, betaina e colina. Sono particolarmente utili nella dieta dei diabetici, agli uremici ed ai dispeptici. Una parte degli idrati di carbonio dei tuberi fornisce energia termica senza essere trasformata dal fegato in glucosio.
Il Genere Helianthus comprende più di 100 specie, per la maggior parte piante perenni, presenti soprattutto nel Nordamerica, nell'America centrale e meridionale. Le loro caratteristiche principali consistono nelle pagliette presenti sul disco, nei fiori del raggio asessuati, in quelli del disco ermafroditi, nel frutto angoloso e non alato, coronato da setole caduche. Sono piante erbacee, perenni o annuali, piuttosto grossolane nel loro abito, usualmente grandi e con altezze che variano da 1 a 4 metri.
Hanno grandi foglie, sessili o picciolate, ruvide, intere, generalmente opposte nella parte bassa del fusto  ed alterne verso l'alto. Hanno fiori prevalentemente gialli nel raggio dei capolini, spesso enormemente grandi, raggiati e peduncolati, solitario o riuniti in corimbi terminali al fusto o alle sue branche di ramificazione.
I fiori del disco sono perfetti, gialli, bruni, purpurei, violetti, provvisti di una corolla tubolare ed a cinque lembi; quelli radiali sono invece tutti neutri, con  fiori ligulati disposti su un unico, rango. L'involucro è formato da diversi ranghi di brattee; il ricettacolo è piano oppure leggermente convesso, munito di pagliette che, più o meno, avvolgono i semi, sormontati da una corona di quattro- sei pagliette, due delle quali in forma di reste.
 Sfruttandone la naturale propensione i floricoltori hanno ottenute molte razze e varietà da giardino  con fiori doppi, in cui i fiorellini tubulosi hanno più o meno acquisito la forma dei fiorellini del raggio.

Helianthus annuus L. (Annuale VI- VIII. Nasce subspontaneo presso i coltivi e negli incolti sino ai 1500m). Ha radice fibrosa e non ingrossata, un grosso fusto eretto setoloso alto più di 2 metri. Le foglie  sono picciolate, alterne, a disegno triangolare cuoriforme e bordo dentato. Il grande capolino, quasi sempre solitario, ha lunghi fiori gialli del raggio ligulati sterili mentre i centrali bruni sono ermafroditi. L'achenio nerastro e compresso ha due reste caduche.

Helianthus rigidus Desf. (VIII- IX. Nasce subspontaneo negli incolti umidi e sulle rive sino ai 500m). Ha un rizoma rossastro ed un fusto eretto, ruvido e ramoso verso la sommità, alto fino a 3 metri. Le foglie, quasi subito caduche, hanno piccioli alati, sono opposte, lanceolate, ruvide ed a bordo dentato. I capolini hanno ricettacolo cilindrico leggermente svasato, con squame nere bordate di verde; i fiori del raggio (max. 15) ligulati sono gialli, acuti o con due denti; i centrali sono bruni.

Helianthus tuberosus L. (VIII- X. Nasce subspontaneo negli incolti umidi e sulle rive sino agli 800m). Ha un grosso rizoma a fuso, fusto eretto, ispido e ramoso verso la sommità, alto sino a 2 metri. Le foglie  sono picciolate, le superiori alterne, a disegno ovato lanceolato, acuminate e con bordo dentellato. I capolini, hanno fiori del raggio ligulati e centrali gialli; l'involucro ha squame cigliate e verdi. La pianta raramente fiorisce totalmente e fruttifica.

Come raccoglierli e coltivarli.

Il Girasole e le altre specie di Helianthus debbono la loro fama, alla ricchezza spettacolare della loro fioritura.
La gran quantità di varietà prodotte dagli ibridatori e fornite dai vivaisti si prestano egregiamente sia alla produzione del fiore reciso sia alla formazione di aiuole, di macchie alte, di gruppi isolati sui prati e con le razze nane anche ai giardini rocciosi.
La sua coltivazione vuole terreni abbastanza profondi, fertili e ben irrorati ma lontano dalla calza per non far marcire la pianta.
Il Girasole si semina già a dimora  con interramento di 3-4 centimetri al massimo. Per la raccolta dei semi bisogna aspettare la completa maturazione dei capolini.
Il "Topinambour" può essere moltiplicato anche per divisione del tubero

venerdì 20 novembre 2009

Le carbonaie, una foto storica.

Fotografia aggiunta sabato 21 novembre alle ore 18,40


La domanda non era tra le più difficili, e molti di voi hanno indovinato, questa pratica era molto diffusa nel Ponente Ligure e altrove, di carbonaie ve ne erano molte e il lavoro di mantenimento era veramente duro e richiedeva continuità.
Tra i compiti più importanti vi era quello di aggiungere in continuazione terra sulla caldaia per evitare che crollasse tutta la carbonaia.
Le carbonaie erano date per concessione e ogni amministrazione gestiva quelle sul proprio territorio. Capita spesso, girando per i nostri boschi, di individuare i resti di una carbonaia, il colore delle pietre a contatto con il fuoco non può lasciare dubbi.

Di seguito un estratto della "Relazione dell'ispettorato alle foreste del 1870, provincia di Porto Maurizio", la relazione ci regala uno spaccato preciso di come erano gestiti, amministrati e controllati i nostri boschi in quell'epoca, Ne parlai qui. Leggendola non si può fare altrimenti che pensare ai nostri boschi come fonte di guadagno e di soppravivenza delle nostre comunità. I boschi intesi come luoghi in cui trovare cibo e altro che, debitamente trattato, fornivano una fonte di guadagno e contemporaneamente permettevano di sopravvivere. Mi riferisco al recupero delle foglie e delle "buse" ovvero sterchi, ma questa è un'altra storia.....

Visto le lamentele, ho provveduto a inserire un'immagine più grande, cliccateci sopra per vederei particolari.

[...]
Questi processi di disboscamento, al fine della fruizione del legname, riguardavano soprattutto Isolabona con l'abbattimento di 7.000 piante, Perinaldo (2.000), Apricale (1.200), Taggia (1.000 a): alla data della pubblicazione della Relazione risultava peraltro in atto un grosso processo di disboscamento nell'areale di
Rezzo ad opera di un'impresa francese che a titolo di corrispettivo andava realizzando la strada "carrettabile" slls volta di Pieve di Teco.
Stando alla Relazione si era altresì provveduto al rilascio di 45 concessioni di disboscamento onde incentivare aree coltivabili per più di 11 ettari, 15 concessioni allo scopo di impiantare carbonaie, 8 per forni da calce, 2 per fluitazione (cioè affidare i tronchi tagliati alla corrente di corsi d'acqua per il trasporto a valle), 1 per formazione di debbi (vale a dire bruciare stoppie e sterpi per ottenere che la cenere potesse venire utilizzata[...]

giovedì 19 novembre 2009

Sapreste indovinare cosa stavano facendo?


Questa fotografia l'ho scattata dal Lula, la pizzeria di Isolabona. E' una vecchia fotografia che riprende alcuni "giovani" di Isolabona durante un lavoro che fino ai primi decenni del 1900 si svolgeva in tutta la valle del Nervia.

Sapreste indovinare cosa stavano facendo?

Sicuramente questa pratica era diffusa in tutti i luoghi montani della nostra penisola, per cui non si tratta di una domanda di pertinenza locale.
Gli amici del luogo sono invitati a non lasciare commenti in cui si da la risposta, li invito a fornire ulteriori indizi;))

martedì 17 novembre 2009

La medicina popolare

 

In questi tempi moderni dove la farmacopea è alla portata di tutti e dove ci è concessa  la possibilità di poter scegliere se curarci con farmaci o con metodi naturali o addirittura di poter decidere se vaccinarci oppure no contro una determinata influenza, mi viene spontanea la seguente domanda:
E un tempo come facevano?
Ero a conoscenza di un manoscritto digitalizzato su Cultura Barocca, quello Wenzel, che descrive cure da praticare per guarire varie patologie, qui potrai leggere le cure   queste si  praticavano tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX secolo,  periodo in cui i mali più temuti erano il colera e la peste.
E a Isolabona come si comportavano?
Nella lunga documentazione redatta da Marino Cassini e da sua moglie Maria Luisa Saettone, vi è un capitolo dedicato alla medicina popolare praticata a Isolabona. Questa documentazione è stata raccolta nel 1957, e nella memoria degli isolesi erano ancore ben radicate queste pratiche che, in alcuni casi, erano pratiche assurde. Anche questa è storia e raccogliere dati su come si curavano i nostri antenati fa parte della nostra cultura popolare che non va dimenticata.
Sto conducendo alcune ricerche sulla Confraria di Santo Spirito di Isolabona, e sfogliando i libri mastro nell'archivio storico del comune, ho letto che la confraria acquistava anche medicinali, la data riportata 1860.....ma questa è un'altra storia.....


Il manoscritto Wenzel da Cultura Barocca 
[...]
 Al libro-manoscritto (dalla grafia sempre uniforme e di unica mano, salvo che per tre fogli volanti di grafia sempre diversa tra loro e rispetto al testo) si è dato nome WENZEL poiché a guisa di frontespizio vi è stato inserto un foglio volante, delle stesse dimensioni di quelle del registro, recante la dicitura, con grafia diversa sia da quella del testo del manoscritto che della ricetta veterinaria che d'altro foglio ancora,:
"LIBRO DE L'ILL.MO SIGNORE WENZEL TEDESCO
si mettano nel libro anco le Note, da comunicarsi per quando si daranno li ordini, contra li Unguentarii di vie perché non dieno tormento contra la gente di questo nostro luogo del Perinaldo che va con le bestie mulattine in terra foresta, all'oltregioghi e sinanco in Livorno, allora che è tempo delli limoni per li Ebrei ".
Del tedesco Signor WENZEL nulla è dato sapere ed il foglio neppure reca la data: non si può nemmeno scartare l'ipotesi che il foglio fosse stato fornito a titolo di nota da inserire in altro prontuario o libro, magari fornito proprio da un certo Signor WENZEL di cui nulla però rimane negli archivi del comune.
All'analisi il libro-manoscritto è invece sicuramente di autore italiano e di buona cultura scientifica, quasi senza ombra di dubbio un medico costantemente aggiornantesi sulle nuove procedure terapeutiche quanto sull'evoluzione della legislazione in materia igienico sanitaria (oltre che, specificatamente, documentato sulla malattia più temuta del primissimo Ottocento, cioè il colera): e per intendere ciò basta compulsare l'indice delle voci e leggere le varie parti del testo.
Da vaghi segnali lasciati dall'anonimo estensore del manoscritto sarebbe da pensare proprio al medico fisco operante a Perinaldo, tra fine XVIII e primi XIX secolo: di cui è stato suggerito un cognome GIBELLI ed uno stato di lontana parentele con il futuro storico intemelio Girolamo Rossi: del lavoro -di proprietà privata- si custodisce una riproduzione elettronica presso il "MUSEO DELLA CANZONE DI VALLECROSIA".[...]

 

Medicina popolare antica

Di Marino Cassini e Maria Luisa Saettone

La  farmacopea moderna ha, lentamente,  finito per "uccidere" tutti quei mezzi empirici di cui la popolazione si è avvalsa  per far  fronte ai mali del corpo. Poco è  rimasto se non quelle cure a base di erbe che, pur non essendo troppo ortodosse, possono  venir accettate in base ai dettami della Scuola salernitana.  A  sparire totalmente sono stati quei metodi tanto strani assurdi e spesso contrari ad ogni norma igienica che ci si chiede se non sia stata una mente malata a idearli.
Si è, comunque, tramandato il ricordo di alcune cure che, per amor di cronaca, è  interessante ricordare.
Di  due di esse, come osserva L.T. Belgrano, negli Atti della  Società Ligure di Storia Patria (vol. XIX, p.645),  si  trova traccia  persino  in  un codice  genovese  di  medicina e  scienze occulte.  Si tratta  del modo  di resistere  al dolore. Il  primo recita:  "Accipe lac mulieris,  videlicet matris et  filiae dictae matris, et isti duo lactes simul miscantur deinde dentur  in  potu antequam  accedat ad turmentum: et non timebit".  Una ben strana medicina da somministrare a  coloro che stavano per essere torturati!
Il  secondo serviva nelle  prove ordeali. G.Rossi riferisce che  anche in  Val Nervia  un accusato  poteva dimostrare  la  sua innocenza  in un modo semplice:  afferrando con una mano  un ferro rovente.  Se  il ferro  non lasciava traccia  era libero; in  caso contrario  doveva subire la pena. Ebbene, per superare tale prova, si  legge  nel  manoscritto genovese,  "accipe  sucum  mircoyrolle [specie di euphorbia] et unge cum eo manus tuas optime  et  accipe  ferrum in manum et non nocebit".
Dagli  atti del notaio De Amandolesio, citati da N. Peitavino nel suo libro Intemelio (p.140) ricaviamo  due  altri  sistemi curativi  che servivano l'uno ad  attutire i dolori del  parto e a preservare la puerpera dalla morte; l'altro ad arrestare un flusso di sangue.
Per  il primo si doveva  scrivere sopra un pezzo  di carte il noto quadrato magico

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

Bastava   legare    il   foglio  alla   coscia  destra  della  partoriente e l'effetto era sicuro.
Per il secondo rimedio occorreva una gallina che non facesse uova e dalle ali si faceva uscir sangue con cui scrivere sul polso e  sul  capo  dell'ammalato,  mediante  una  fraschetta  di  ulivo benedetto, le seguenti parole "Consumatum est".
 Il suddetto sistema con la gallina, un  po' variato, serviva anche come rimedio contro le cadute. Si prendeva un gallo, gli si tagliava un pezzettino di cresta, si raccoglieva in un  cucchiaio il  sangue  zampillato  che,  ancora  caldo,  si  somministrava al paziente. L'operazione si ripeteva per diversi giorni.  Quando  il gallo non aveva più cresta, l'ammalato era guarito,
Altro  metodo in uso a  Isolabona era quello di  porre sopra una ferita aperta una ragnatela per fermare il sangue. Ho visto una vecchia metterlo in atto per un taglio alla mano. Un paio di giorni appresso la ferita si era cicatrizzata.
Altri sistemi.
-  Contro i vermi  si faceva odorare  ai bambini un  tipo speciale di  erba rua (Ruta graveolens)  dell'aglio  pesto; oppure  si metteva  loro al  collo una  collana fatta  con  spicchi d'aglio; o  ancora  si  faceva loro  bere  un  cucchiaio di  succo  di erba caramandrina
- Contro gli orecchioni esisteva un curioso sistema.  Si  prendeva un grosso sacco sporco internamente di farina, vi  si  introduceva la  testa del bimbo e  si agitava il sacco;  a cura terminata,  il sacco veniva buttato giù dalle scale.
-  Per   guarire u  mää du grupu" (difterite) si faceva bere al paziente un disgustoso intruglio composto di urina, limone spremuto, vino bianco moscatello e olio.
-  Per il mal di denti bastava applicare sulla guancia  dolorante un impasto di lumache o meglio ancora di durmigluse , piccoli insetti fasciati da un tegumento chitinoso i quali, appena toccati si appallottolano come ricci).
-  Oppure si pestava aglio e lo si applicava sul polso opposto alla guancia dolorante. Il mal di  denti dopo alcune ore  passava.  Il contadino  che  mi spiegò  il sistema mi  fece pure vedere  il suo polso  su  cui,  a distanza  di  anni,  si notava  ancora la pelle   bruciata dai solfuri contenuti nel succo dell'aglio.
-  Per  guarire  le risipole si poneva su di esse una moneta e poi con  un coltello o un  anello benedetto si facevano  piccoli segni   segni attorno alla moneta, recitando contemporaneamente il  "Confiteor".
- Per accelerare un processo infiammatorio occorreva  porre  sulla parte malata dello sterco di vacca.
-  Le ecchimosi guariscono se  su di esse si  applica un impiastro composto di sängure spargure (Parietaria officinalis), föglie de levantùn" (Verbascum thapsus) e aceto.
-  Per accelerare lo  sviluppo della rosolìa  il fanciullo  veniva avvolto in un drappo rosso.
-  Per guarire u russignö (crampo alla mano) era d'uopo legare al polso un filo di lana rossa.
-  Per mali interni  era consigliato di  inghiottire lumache  vive   (bagiäire).
    Per  quanto esistessero altri sistemi empirici, mi limiterò a citare   ancora quelli riportati da  Dino Taggiasco nel suo  libro Bordighera e uno raccolto dalla viva voce del guaritore che, ancora cinquant'anni fa lo metteva in atto.
Racconta il Taggiasco che i colpi di sole "si guarivano da comari specializzate alle quali occorreva comunicare preventivamente il nome del sofferente. La comare faceva bollire mezzo pignatino d'acqua e vi metteva dentro tre grani di sale da cucina, accompagnando ognuno con tre Ave Maria e  diversi  Oremus; poi  capovolgeva  il  pignattino in  un  piatto.  Dopo 36  ore  lo toglieva con la mano sinistra. L'aria esterna, occupando il vuoto, emetteva naturalmente un piccolo sparo, il cosiddetto "petu". Dalla forza del "petu" la comare giudicava se la persona - indubbiamente guarita - poteva avere o meno conseguenze gravi".
Altro  sistema consisteva nel porre sulla testa dell'ammalato un asciugamani bianco, piegato più volte, e su questo veniva posto rovesciato  un  bicchiere  pieno  a  metà   d'acqua.  Nell'acqua si formavano bollicine  che salivano  in  superficie, tanto  da dare l'idea  che  il liquido  bollisse. Dopo una  diecina di minuti  il   colpo di sole spariva.
 Sempre  al  Taggiasco dobbiamo il ricordo di questa cura  per  bambini effettuata  da una donna  di Ospedaletti. "La  Cumà  faceva  alcuni segni  di croce sulle mammelle della madre e sul capo del piccino. Poi  appendeva al collo di questo un sacchetto con tre, sei oppure nove grani di sale da cucina, a seconda della gravità  del male, ed ordinava   un  'caffè '  fatto  con  ossi  di  pesco  abbrustoliti, qualunque  fosse la  malattia, anche  se il  piccino avesse  avuto   putacaso un'unghia incarnata od un foruncolo su un piede."
L'ultimo  sistema empirico  per curare malattie comuni era la "misurazione dello stomaco", cui ho personalmente assistito.     Nella  valle vi era una sola persona capace di effettuarlo, un certo signor Battista C. di Isolabona.

Quando  uno accusava sovente mal di stomaco veniva curato nel seguente modo: lo pseudo medico prendeva uno spago lungo tre volte la  distanza  che andava  dal suo gomito  alla punta del  suo dito medio.  Detto  spago  lo si  consegnava  al  paziente affinché   lo tenesse  premuto  sul petto.  Poi con esso eseguiva per tre volte la  stessa misurazione  sul paziente. Se le  tre misurazioni erano esatte  il male  era di poco conto e di sollecita guarigione.  Se, invece, lo spago non bastava o ne avanzava, significava che lo stomaco si era abbassato  o  rialzato  della  stessa  lunghezza  dello  spago che mancava o che cresceva.  In tal caso bisognava replicare  per  tre giorni  le misurazioni affinché lo stomaco andasse alla giusta altezza.

domenica 15 novembre 2009

Considerazioni sulla fontana di Isolabona


Questa mattina, mi sono recata alla fontana per seguire il consiglio di Alberto, il quale nel suo commento al post precedente, mi invitava ad andare a vedere l'esistenza del quarto foro per la fuoriuscita dell'acqua, per confermare l'esistenza di quattro getti come rappresentati dallo Scott.
L'immagine che raffigura la nostra fontana a quattro getti del 1898 è dunque veritiera .
Ancora una volta mi sono resa conto di quanto non si osservino mai abbastanza le cose che si hanno ogni giorno davanti agli occhi.
Come potete vedere il quarto foro esisteva come prova questa immagine.



Il " sopraluogo" l'ho effettuato con Piero e ci siamo lasciati andare ad alcune considerazioni.
I fori chiusi sono due, quello verso la chiesa e quello verso il ponte, la loro posizione è leggermente più alta rispetto a quelli tutt'ora funzionanti, sono stati fatti in un secondo tempo per permettere una fuoriuscita d'acqua maggiore, vi era forse la necessità di diminuire la pressione dei due getti esistenti?
A questa fontana si recavano gli abitanti per fare rifornimenti idrici per l'uso quotidiano (l'acqua non era presente nelle case), forse nel periodo in cui sono stati fatti questi altri due buchi di acqua ce n'era troppa.

In un secondo tempo la portata dell'acqua è diminuita e quindi, si è avuta la necessità di chiudere un getto.
Così nel 1912, quando Eugène Chigot ha dipinto la nostra fontana, si è trovato dinanzi una "modella" con tre getti. Un'altra osservazione che abbiamo fatto, e che ci ha portato a pensare che questi due buchi non sono originali, cioè fatti nel 1486, è il fatto che da dove esce l'acqua ancora oggi, è la bocca di un essere un po' "diabolico", scultura che non è presente in quelli chiusi. Questa.



Forse, quando le belli arti hanno fatto il loro intervento, sono arrivati a questa conclusione e hanno deciso di chiudere anche il terzo foro.
Attendo le osservazioni di Alberto.

venerdì 13 novembre 2009

Eugène Chigot dipinse anche la fontana di Isolabona




Qualche giorno fa ho ricevuto una mail dal mio conoscente ed esperto in arte Franck Vigliani, restauratore di opere d'arte monegasco ma originario di Dolceacqua.
Franck mi ha comunicato che, leggendo il volume "Eugène Chigot-Itinéraires" di Antoine Descheemaeker, aveva riconosciuto, in una tavola, la nostra fontana, che per chissà quale motivo, non era stata identificata come la fontana di Isolabona.
Eugène Chigot ha visitato e dipinto le nostre zone nel 1912.
Franck ha provveduto a contattare l'autore del volume per informarlo che si tratta della nostra fontana.

Cliccare sull'immagine per vederla ingrandita

Eugène Chigot

Di seguito alcune notizie su questo pittore tratte da art
[...]
Antoine Descheemaeker-Colle, un nipote di Eugène Chigot ha pubblicato nel Giugno 2008, una biografia di 460 pagine di catalogo, che costituisce il riferimento più recente e completo sul suo lavoro.

Di seguito è riportato il testo di una presentazione per una mostra presso la Galleria Kaplan a Londra nel marzo 1964.


Nato a Valenciennes (Nord della Francia) nel 1860, Eugène Chigot ha imparato a dipingere dal padre, il pittore Chigot Alphonse. All'età di 19 anni è stato scoperto da Roll, che lo convinse a recarsi a Parigi per continuare i suoi studi presso l'Ecole des Beaux-Arts. In seguito ha regolarmente esposto al Salon di Parigi, ed è stato premiato nel 1886, 1887, 1889, 1893 e 1900.

Chigot è stato uno dei membri fondatori del Salon d'Automne nel 1903, luogo dove le sue opere sono state esposte, insieme a quelle di Bonnard, Gauguin, Guillaumin, Lebasque, Marquet, Matisse, Puvis de Chavanne, Renoir, Rouault, Toulouse-Lautrec. Nel 1905 espone alla Galerie Georges Petit in una mostra dal titolo "Marines et Paysages Flamands".

Questa galleria sarà ricordata per il gruppo di artisti noti come "La Société Nouvelle" che comprendeva Claude Monet, Henri Martin, Jacques-Emile Blanche e di Henri Le SIDANER.

Lo stile Chigot era ormai cambiato dai suoi primi lavori accademici (che possono essere trovati in vari musei in tutta la Francia) per la tecnica divisionista.
Ha viaggiato molto attraverso la Francia, Italia, Belgio, Olanda.
La malattia lo ha costretto a smettere di dipingere nel 1920: il suo ultimo lavoro "Mon Jardin sous la neige" è stato acquistato dal Petit Palais. Morì nel 1923.

Una retrospettiva di 100 quadri si è tenuta nel 1954 al Musée Galliera di Parigi e una retrospettiva si è tenuta a Calais nel 1960 per celebrare il centenario della sua nascita. Entrambe le mostre sono state molto postive alla recensione dalla critica francese che ha ammirato la sua manipolazione sapiente dei cieli e delle acque e la sua resa sensibile del mutare delle stagioni. [...]

La nostra bella fontana datata 1496, è stata più volte la "modella" di vari artisti.
Rock Village of the Riviera di Williams Scott London 1898 , è il libro in cui appare dipinta da Scott nel 1898.
Qui però, la fontana viene rappresentata con quattro getti d'acqua, mentre in quella di Chigot ve ne sono solo tre.
Sarà che in quattordici anni la nostra fontana ha perso un getto?
Oppure Scott ne ha aggiunto uno?
Chissà!
L'unica cosa certa che posso scrivere è che oggi a seguito di un restauro "selvaggio" i getti sono stati ridotti a due e la bella pietra che sormontava la cupola non è più quella.
Concludo scrivendo che avrebbe bisogno di un po' manutenzione, il rispetto è sotto inteso!

mercoledì 11 novembre 2009

"La filosofia della pesca alla rana" romanzo di Sandro Soleri



Ancora una volta Isolabona scenario naturale di un romanzo.
La filosofia della pesca alla rana edito da Mursia ( 2009), ultima fatica di Sandro Soleri originario in parte di Isolabona, è un libro che si legge tutto d'un fiato, le pagine scorrono velocemente e la voglia di leggerle ti assale.
In questo romanzo il nome di Isolabona non compare, il luogo dove si svolgono i fatti si chiama Rosaspina ( mi piacerebbe chiedere all'autore se lo ha scelto per motivi particolari o se è solo un nome casuale), molti dei personaggi che si susseguono sono " nostrani " atri invece sono di fantasia e per questo vi è una ragione.
Ecco perché
[...]
L'amore, la logica ed etica sono i veri protagonisti di questo romanzo, deliziosamente in bilico tra filosofia e umorismo, dove accade che la pesca alla rana diventi il mezzo per cercare le risposte ai grandi quesiti dell'esistenza. Al centro della storia c'è Paolo, un adolescente confinato dai genitori in un paesino della Liguria di Ponente nell'estate in cui, grazie all'incontro con nuovi amici, passerà la linea d'ombra, il sottile confine tra adolescenza ed età adulta. Nuccio, un suo coetaneo, gli svelerà i segreti della pesca alla rana, Laura lo condurrà tra i misteri dell'educazione sentimentale. E poi Toni, bizzarro filosofo un po' socratico un po' sofista che, attraverso le rane, gli farà capire la distinzione tra bene e male.
Perché, strano a credersi, ci sono più cose negli stagni e in un batrace di quante ne sogni la vostra filosofia.[...]

Come già ho scritto moolti dei personaggi sono reali e anche i loro nomi vengono conservati, così come alcuni avvenimenti e luoghi. Chi a Isolabona non si ricorda di Ines e Maria, le indimenticabili proprietarie del bar che ora non esiste più ma che non sparirà dalle memorie di chi l'ha frequentato?
Un luogo dove intere generazioni si sono ritrovate!
Ci parla della festa della Maddalena, la nostra festa patronale, e come i ragazzi del luogo passavano la serata e tanto altro ancora.......


[...]
Sandro Soleri, nato a Sanremo nel 1964, vive a Ventimiglia e insegna Filosofia nei licei del Ponente Ligure.
Ha pubblicato il saggio " Note al Tractatus di Wittgenstei" nel 2003, l'e-book " il Manuale di Epitteto" nel 2005, la raccolta di racconti " Corpi estranei" nel 2006.[...]

Isolabona è un luogo meraviglioso dove ognuno di noi è riuscito nel corso dell'adolescenza e della gioventù  a crearsi degli spazzi tutti suoi, alcuni luoghi  e molte situazioni sono entrati a far parte dei nostri ricordi indelebili, e questo romanzo non a caso, ambientato qui, ne è la prova.



domenica 8 novembre 2009

Verso Bundun, seconda parte.


Il post di oggi è la continuazione del brano di André Cane "Verso Bundun".
Nella seconda parte ci vengono elencati e come si svolgevano i lavori che si facevano nell'orto.
Vi è poi una parte dedicata ad un personaggio un po' " strano", una sorta di eremita che abitava in un "casone", una casa di pietra di campagna, “Antò de Peluga”.

Scrive Andrè Cane: "Spiavamo il debole eco dell’Angelus scampanellato da “Badin” a significare
che il ritmo delle giornate, allora, era segnato dalle campane, oggi invece.....

L'immagine che accompagna il post è la copertina della rivista " Nice Historique"di giugno/luglio 2006, anno della sua morte. Questa rivista è l'organo ufficiale dell'accademia nizzarda, l'accademia che si occupa di storia in Costa Azzura fondata da Enrico Sappia

Immagine reperita in rete

L'omaggio di un numero monografico di una rivista così importante, non può fare altro che alimentare la notorietà di André Cane, un omaggio a una persona che è riuscita a fare della sua grande passione, la storia, una ragione di vita.
Con il suo " Au fil de la Nervia" ci ha regalato spaccati vita quotidiana, ricordi di scene di strada, ricordi dei ritmi e dei costumi cittadini che forse sarebbero andati perduti.

"Verso Bundun" seconda parte

Di André Cane
Traduzione di Nadia Veziano

Quello che temevo arrivava, perché non mi piaceva per niente quel luogo cupo e triste che raggiungevamo dopo un’ora e trenta di cammino.
Non potevo oppormi, perché temevo la severità di mia zia.
Partimmo dunque nel fresco mattino quando la cima del Toraggio si stagliava appena, alle prime luci dell’alba.
Formavamo un doppio duetto. Ero davanti, un sacco vuoto sulla spalla sinistra.
Con la mano destra, un po’ molle, tenevo la piccola corda che mi univa al collare della nostra capra.
Una bestia magnifica, dal manto color latte e miele, indomabile, come tutte le capre degne di questo nome.
Mio zio e mia zia, seguivano. Lui, con una “ barii” (barile) ben nascosto sotto una tela di sacco e posato con precauzione su un “pagliassu” .
Lei, con un grande cesto sulla testa dal contenuto leggero:
la sua inseparabile “mesuia” ( falcetto) e quello che era il nostro frugale pasto di mezzogiorno, un grosso pane raffermo, qualche pomodoro, due cipolle, qualche presa di sale, e un grosso fiasco di olio.
Quanto al bere, lo trovavamo sul posto sotto forma di un sottile filo d’acqua che scorreva tra due larghe lastre di pietra grigia.
Camminavo senza fretta, zitto e rimuginando malinconico.
Arrivati al ponte della “ Molinella” lasciavamo la strada e il suo morbido tappeto di polvere che i miei piedi scalzi sfioravano con sollievo.
Ci inoltravamo su un sentiero pietroso. All’inizio, azzardavo una pausa, rivolgendo uno sguardo implorante ad una vecchia cappella già corrosa dagli anni, la sua nicchia era protetta da un tetto di sottili lastre di ardesia e sormontata da una croce di ferro.
In basso, un bouquet di fiori di campo, testimonianza toccante del culto per la Madonna, il cui volto dai tratti appena visibili, risaltava su un affresco del muro.
Il nostro cammino riprendeva più lento dopo la prima salita, in cima alla quale troneggiava una lunga roccia piatta ad altezza di schiena .
Era uno dei tanti “ posaui “ predisposti sui sentieri.
Quelli che scendevano carichi, ed era sempre il nostro caso al ritorno, posavano qui il loro fardello per qualche minuto di riposo, prima di affrontare l’ultima tappa.
Era anche l’inizio del calvario per i miei poveri piedi nudi, torturati dalle asperità del suolo. Inoltre, dovevo tirare sempre più la corda per fare avanzare la capra, tentata dal tenero fogliame lungo il sentiero, e soprattutto dalla fascia di nostro cugino “Bedò” dove si alternavano fitte file di fagioli e mais.
Dovevo in quel passaggio critico, radunare tutte le mie forze e l’aiuto di mia zia per resistere alla trazione della bestia.
Dovevo impedirle con ogni mezzo di ripetere il disastro che aveva provocato, in meno di un minuto, l’anno prima.
All’ arrivo nel luogo delle nostre fatiche, ci dividevamo l’ingrato lavoro.
Mio zio versava il fertilizzante della “barii” nella giara sotterrata in un angolo, sotto una “topia” (pergolato) ombrosa ricoperta di vite.
Aggiungeva al contenuto e a quello che già avevamo portato, quattro volte il suo volume di acqua. Dopo aver energicamente mescolato il liquido con un bastone, cominciava subito, munito di un secchio e di una zucca vuota, la distribuzione ben dosata, alla verdura che cresceva nelle due grandi fasce che possedevamo.
Io e mia zia andavamo con due secchi - il mio era più piccolo- al bordo di un minuscolo laghetto che offriva le sue acque turchesi al vicino vallone.
Passando, sbirciavo con interesse e con cognizione di causa, il livello dell’acqua nel pozzo profondo, il cui contenuto serviva a innaffiare, secondo orari prestabiliti e a turno, le nostre terre e quello degli altri vicini.
Era quasi vuoto. Ciò voleva dire che il nostro lavoro sarebbe stato lungo e faticoso.
Dovevamo allora, con i piedi nell’acqua, attingere con i nostri secchi e far precipitare il contenuto in uno stretto rigagnolo erboso, che al termine di un percorso sinuoso di circa duecento metri, aveva il pozzo come punto di arrivo.
Questo esercizio sfiancante, perché eravamo sempre curvi, si prolungava fino a che la quantità d’acqua non avesse raggiunto il volume necessario per poter innaffiare.
Verso le undici, il sole d’ agosto quasi verticale, con i suoi raggi implacabili sulle nostre schiene, aumentava la nostra fatica.
Pochi istanti di pausa mi permettevano di osservare a dieci passi una grossa lucertola verde. Era immobile sul bordo del laghetto là dove l’onda immobile e scintillante moriva sul fondo liscio e grigio di lastre scistose.
Non era per niente turbata dal nostro trafficare.
La sua bocca si apriva di continuo, come se volesse inebriarsi di canicola.
Sporgendomi più da vicino sullo specchio d’acqua, potevo seguire le tracce e i fremiti appena percepibili che le idrometre ( ragni d’acqua) pattinatrici vi tracciavano con graziosi e veloci movimenti.
A volte, un gesto brusco provocava la fuga di una biscia indifferente dalle scaglie verdi e gialle. La vedevo sparire velocemente nell’intricata e folta vegetazione di giunchi, rovi e canne che invadevano gli argini.
Spiavamo il debole eco dell’Angelus scampanellato da “ Badin” per fermarci e consumare all’ombra della topia una specie di pranzo.
Mia zia tagliava il grosso pane e divideva sulle due metà pomodori e cipolle, spolverava di sale, poi spalmava senza risparmio il nostro meraviglioso olio limpido e dorato.
Magro menù certo, ma sano, oh! quanto, se lo confrontiamo al cibo raffinato e sofisticato d’oggigiorno che lusinga il nostro palato ma rovina il nostro organismo.
Annaffiavamo quel piatto unico e freddo con alcuni sorsi d’acqua fresca e chiara che facevamo sgorgare da una brocca, riempita alla sorgente del ruscello.
Al pranzo frugale seguiva un’eccellente siesta di un’oretta che ci concedevamo, coricati su un sacco, per terra.
Il pomeriggio era dapprima dedicato alla raccolta di fagioli, pomodori e altre verdure.
Poi mio zio liberava in parte, con l’aiuto di una grossa pietra il robusto tappo di quercia che ostruiva il pozzo e ne regolava il flusso.
Cominciavamo subito ad annaffiare, questo era l’incombenza di mia zia che, armata di una “ sapa ” ( zappa) dirigeva il getto in ogni solco di fagioli, pomodori, melanzane, mais…
Questa fastidiosa e monotona incombenza durava più di due ore, ritmata solo dal rumore secco e regolare della zappa che spostava la terra o dai saluti amichevoli di coloro che andavano o tornavano da “ Ansa” o da “ Marcora” o da “Antò de Peluga”, un celibe rude e sempliciotto ma gioviale che ci dilettava con i suoni nasali del suo flauto di canna.
Era per la maggior parte del tempo seduto sulla porta del suo “ casun” ( casolare) che confinava con il nostro terreno, in un totale ozio, abbigliato con una camicia e un pantalone ricoperti di macchie e ripetutamente rattoppati.
I suoi piedi, che non ho mai visto ne puliti ne con le scarpe, mostravano sotto la pianta uno spesso strato calloso,nero ma protettivo.
La sua ricca capigliatura aveva rinunciato da tempo alle forbici, al pettine e al sapone. Insomma, un individuo perfettamente integrato nella natura e adattato a una vita semiprimitiva.
Mio zio, terminata la sua concimazione, confezionava un voluminoso fardello di rami e d’erba per la nostra capra e i pochi conigli che abitavano la nostra stalla in paese.
La via del ritorno ci vedeva sempre, tutti e tre, con un fascio.
Mio zio si era messo sulla schiena la “bari” vuota e un grosso fascio d’erba.
Mia zia si era posta sulla testa un sacco di patate e si apprestava, camminando, a continuare il lavoro a maglia ( una calza) che aveva iniziato salendo.
Io conducevo la capra apparentemente sazia e impedita nel suo cammino dalle mammelle ingrossate e cadenti, obbligandomi non più a trattenerla ma al contrario, a tirarla . Nuova fatica per me che ero impacciato nei movimenti dal dover tenere sulla spalla sinistra una grossa zucca che avrebbe fatto parte del nostro menù l’indomani.
Non tralasciavo mai, prima di riprendere il camino, di andare lì vicino in un minuscolo ruscello tappezzato di muschio.
Mi rinfrescavo i piedini stanchi e mi dissetavo al filo d’acqua, visitato da vespe svolazzanti, che precipitava verso valle in mormoranti cascatelle.
Lasciavamo Bundun quando ormai il sole calava, in una apoteosi color sangue e oro dietro i fitti uliveti che ci dominavano dall’alto.
“ Antò” il flautista improvvisato, taceva.
Appoggiato alla porta del suo povero alloggio, dove restava da solo per lunghi mesi, ci salutò con un cordiale “ bona ”.
Oltre la soglia scorgevo l’unica stanza fumosa e color della notte.
In fondo il camino dove danzava un grande fuoco che lambiva una marmitta di terra posata sulle pietre.
Il nostro vicino si preparava la minestra per tre giorni.
D’altronde l’avremmo rivisto a breve perché avevamo deciso di zappare, per la semina autunnale delle fave e dei ceci, la fascia di sotto.
Lavoro che si sarebbe eseguito con quel faticoso attrezzo che era il “ magagliu” strumento estremamente famigliare col suo manico corto e robusto e i suoi due becchi appuntiti e lucenti per l’usura.
Lo vidi innumerevoli volte sulle spalle maschili che oltrepassavano il ponte, così come “ la mesuia” che spuntava dal cesto delle donne .

venerdì 6 novembre 2009

Verso "Bundun", di André Cane


Il libro di André Cane ci racconta la quotidianità a Isolabona nei primi decenni del XX secolo.
Dal brano che vi propongo oggi possiamo rivivere come l'energia elettrica illuminava le case di Isolabona, qui vi parlai della prima centrale elettrica della val Nervia con sede a Pigna, la centrale iniziò a erogare energia elettrica nel 1901 nel paese di Pigna, Isolabona dovette aspettare ancora un po'.
Oltre a raccontarci dell'energia elettrica, ci fa scoprire che il sale che si usava a quei tempi non era il sale che oggi troviamo sulle nostre tavole, ma era di un colore scuro, grigio e pieno di impurità..... ci fa conoscere come i lavori della famiglia erano organizzati e come si collaborava.
Il brano è molto lungo, oggi pubblico solo la parte riguardante la cena e i lavori che ne seguivano,
domani la seconda parte.


Brano tratto da Au fil de la Nervià
Di André Cane
Traduzione di Nadia Veziano

Verso “ Bundun”

Avevamo appena finito la nostra cena: una immancabile e spessa zuppa “ au pistu” (al pesto) preceduta da un non meno abituale “ cundiun “ (insalata di pomodori).
Come sempre, fummo obbligati ad accendere il nostro lume ad olio, fumoso e tremolante, per supplire alla poca luce delle due sole lampadine che rischiaravano la nostra casa.
Queste ci concedevano, solo a intermittenza, l’arrossamento appena percettibile dei loro filamenti.
Udii di nuovo mio zio ricoprire di ingiurie il responsabile di quella irritante penuria, un certo “ Marcè da luxe” (Marcello della luce).
Questo personaggio, che si vedeva a intervalli irregolari attraversare il paese veloce come il vento - per sfuggire alle recriminazioni degli utenti - forniva quando poteva, una capricciosa corrente elettrica.
La sua cabina elettrica - che non ho mai avuto l’occasione di visitare - si trovava, mi avevano detto quasi a Pigna.
Non poteva che essere, in effetti, una installazione rudimentale e desueta, dal momento che non traeva beneficio dagli eccessi di pioggia, ne da quelli della siccità.
Questi due fattori naturali, quando persistevano, avevano il triste privilegio di privarci della luce.
A queste calamità idrauliche, si dovevano aggiungere le panne tecniche e quindi solo una decina di giorni al mese, di media, potevamo girare i nostri interruttori con qualche successo.
Calmata la sua collera e assicurato un modesto e localizzato chiarore,
mio zio vuotò sul suolo in cemento della cucina, un sacco pieno di nocciole.
Era una piccola parte del copioso raccolto che ci procuravano, tutti gli anni, i superbi noccioli della “ Cupeia ” e di “ Veonixi ”.
L’ingrato compito, che consisteva nel liberare la nocciola dal suo involucro foglioso, cominciava, senza gioia per me, perché le mie piccole e vulnerabili dita uscivano doloranti da quel sgusciare difficoltoso.
Devo confessare, che per ridurre un po’ la durata di questa corvée e offrirmi un piacevole diversivo, avevo chiesto di lasciarmi pestare il sale nel nostro pesante pestello di pietra.
Un sale grosso, grigio sporco, pieno di impurità, l’unico che aveva “ Gè u tabachin “, pallido sopravvissuto dei gabellieri medioevali, ma unico e ufficiale rivenditore.
Mio zio e mia zia, come facevano ogni sera, passavano in rassegna i lavori della campagna e fissavano per il giorno dopo, quelli più urgenti.
E’ così che udii, improvvisamente, il nome di “Bundun”. continua....

giovedì 5 novembre 2009

Ecco la soluzione del crittogramma sinonimico.

"Corrispondente romano dell’Unità"

Questa è la soluzione del crittogramma sinonimico.

Giovanna ha scritto:
"Manifestazione romana dell'unità"

mentre Annarita ha scritto:
"RAFFIGURAZIONE ROMANA DELL'UNITA"

Secondo me sono state bravissime, ora non saprei dire se dal punto di vista enigmistico il crittogramma sia stato risolto correttamente o se dal punto di vista matematico il termine corrispondente sia il più corretto.

Sono state bravissime, voi cosa dite?

mercoledì 4 novembre 2009

Invito per le mie amiche matematiche, Annarita e Giovanna, a risolvere il crittogramma sinonimico

Questa sera ho ricevuto una mail da Marino Cassini, vi era un allegato.
Che Marino mi abbia preso in simpatia lo capisco dal materiale che mi invia, materiale che ritengo importantissimo per la memoria storica del nostro piccolo paese, per questo gli dico grazie.
Nell'allegato vi era anche un crittogramma, che a detta sua è molto difficile.
Vorrei invitare a risolverlo tutti voi ma soprattutto le mie amiche matematiche, annarita e giovanna perchè in questo crittogramma c'è soprattutto della matematica e forse loro potrebbero risolverlo;))
....dimenticavo poi c'è lui in mio amico di facebook Stefano, che è un grande esperto!!!
A tutti voi dico buon divertimento confessandovi che mai e poi mai avrei trovato la soluzione.....


Crittogramma sinonimico: 14, 6, 4, 5

I

(Aiuti per chi vuol provare a risolverlo:
Non si tratta di una lettera.Ma di un numero.
Che cosa rappresenta quel numero nell’ambito della matematica
Ha a che fare con un popolo italico del passato
Ha a che fare col giornalismo di sinistra.

martedì 3 novembre 2009

Quattro Novembre...per non dimenticare i ragazzi del 99

                                                         Mio nonno Giuseppe Borali

Domani sarà il quattro novembre, data storica della fine della prima grande guerra.
Come sapete, grazie all'amico e storico Paolo Veziano, che ha trascritto il diario di prigionia del nostro compaesano Mario Cassini, custodito fino a oggi dal nipote Gianmario, possiamo leggere le testimonianze di un prigioniero isolese in Austria.
È una testimonianza cruda, che risalta l'aspetto umano di questa terribile guerra.
Sono passati ben 91 anni dalla fine di questa atroce guerra, ma leggere questa testimonianza mi fa riflettere, non posso fare a meno di pensare a mio nonno che come tanti altri giovani hanno dovuto lasciare le famiglie e sopportare stenti di ogni genere.
Mio nonno, come Mario Cassini, è tornato dalla sua famiglia portandosi dentro chissà quante pene, fu il prezzo della sopravvivenza, prezzo che non hanno potuto pagare tutti quei "ragazzi del 99" che a soli diciotto anni furono mandati in battaglia e che hanno perso la vita per questa nostra Italia, una generazione, quella del 99, che fu quasi sterminata.....


Dal diario di Mario Cassini


[...]
Stò compiendo il 14° mese di questa mia vita collegiale, dopo aver passato tanti guai nelle lunghe giornate del scorso estate e nelle più lunghe ancora del rigido inverno, mai hò pensato di radunare una serie di questi indimenticabili momenti, solo adesso hò deciso di ricordare una collezione di episodi i quali presi dal vero dove assistetti di mia presenza e dove toccai di mia pelle.
Questo disgraziato foglio il quale ci inchiostro queste righe di dolore, mi rincresce che sia carta straccio, vorrei che fosse carta pecora che non avesse tanto a lacerarsi.
Naturalmente quando un giorno sarò nel mio ridente paese non vorrò più ricordarmi di queste angosce che stò ora passando, ed di miei figli potranno leggere con giudizio la mia vita, così potranno odiare, maledire e vendicare quanto sofferse suo padre.
Del poco e debole cervello che ancor mi è rimasto per le peripezie passate (cioè: fame freddo, pidocchi, calciate di fucile e bastonate) ricordo ciò che nessuno scrittore, nessun chiaravalle ha mai osato a descrivere, ha mai pensato ciò che avrebbe potuto passare un prigioniero italiano in Austria.
Voi hò legitori: non state a dar del matto a chi scrisse queste righe, piuttosto pensate che le parole che dice un prigioniero sono altrettanto preziose di quelle che sta dicendo un padre quando muore assistito dai suoi figli.
La storia d’Italia ricorda le cinque giornate di Milano, io ricordo le otto giornate di Trento, dove là provai la disperata fame.
Si trovavano là circa 25 mila prigionieri fatti in quattro hò cinque giorni, niente c’era di preparato, solo grandi gabbie di filo di ferro spinoso, dove in ognuna di esse stavamo 500.
Il rancio una volta al giorno. All’avvicinarsi di questo assomigliavamo iene in un seraglio quando vedono in mano al domatore un pezzo di carnaccia di vecchio asino che dopo se la divorano rabbiosamente.
Le sentinelle battevano senza pietà per tenerci all’ordine perché oltre il poco rancio qualche d’uno rimaneva senza.
Eravamo tutti da una parte, e per due, passando uno prendeva tanta polenta come un limone, l’altro un mescolo d’acqua calda con dentro poche grane d’orzo ed ambedue si passava dalla parte opposta dividendo minutamente quel magro cibo (cotto senza sale) che non sarebbe neanche bastato ad un pulcino.
Il sole era cocente, eravamo di Maggio, non c’era neanche l’ombra d’un filo d’erba, eravamo sdraiati come tante lucertole, ed ognuno di noi ricordava in Italia il buon rancio che si buttava via, pensavamo alle nostre famiglie le quali erano senza nostre notizie ed il tardo momento che avrebbero ricevuto, e pensavamo anche che sin al domani nel nostro corpo non c’entrava nulla.
L’acque da bere era poca e cattiva.
La notte era rigida.
Alla mattina ci trovavano a gruppi come tante nidiate di topi coperti di brina, stretti stretti senza esserci mai conosciuti.
Chi aveva la mantella per coprirsi e chi era vestito in tela, figuratevi con quella pancia vuota come si dormiva bene.
Il 6° e 7° giorno avevamo già il mento affilato per il combattere questi tre nemici cioè: caldo freddo e fame.


Sigmundesbergh
Il 25 ci portarono al concentramento a Sigmundesbergh camminando due giorni in treno sempre in salita.
Il primo giorno sempre traversando boschi d’abeti senza nulla d’abitato, il 2° giorno tutto pianura, campi di segala, parmora e patate e null’altro.
Il freddo era intenso; il concentramento era situato in una vasta pianura, vi erano oltre cento baracche ben ordinate, in ognuna di esse stavamo in 300.
Il cibo era meno che a Trento.
Alla mattina un piccolo mescolo di tè, senza rum e senza zucchero, era acqua calda, a mezzogiorno come pure alla sera un mescolo di brodo di poche patate e pepe, quando uno pescava due patate uno era certo che rimaneva senza.
Alla mattina verso le otto davano una grizza di pane di mezzo chilo in due.
Quando la corvè si vedeva da lontano che portava questo pane si radunavano tutti sulla porta della baracca come ragazzini dicendo arriva il pane come se in alto mare avessimo ricevuto un bastimento che dovesse portare un genitore.
Dopo la distribuzione uno tagliava l’altro sceglieva chi tagliava faceva le parti eguali, perché se una parte era più grossa a questo non ci rimaneva di certo.
Malgrado questo fosse di grano turco con patate e paglia macinata, farina e ceci era assai buono, e appena mangiato v’assicuro che una formica non avrebbe trovato una briciola.
Due volte la settimana, alla mattina prima del pane, davano ad ognuno un’aringa, subito se la divoravano testa e coda senza badare se odorasse ne se puzzasse e senza accorgersi se fosse ne maschio ne femmina.
La nostra vita era di dormire, ma sogni lunghi non se ne poteva fare; eravamo sempre coricati e nell’alzarsi somigliamo ad ubriachi, ci doleva la testa, la vista ci vedeva torbido, le tempia somigliava averci due chiodi, e tante volte nell’alzarci si cadeva a bocconi, questo era la gran debolezza.
Ci siamo messi diverse volte a rapporto per l’aumento del rancio ci risposero che l’avrebbero ancora diminuito.
Chi mangiava erba e chi mangiava quello che trovava.
Pur’io gli occhi mi guidavano nella mondizia che gettavano i cucinieri a ricercar residui e guscie di patata per sfamarmi, ma un po’ di buon senso mi disse che questo non mi avrebbe salvato e le buttai.
Però sett’otto non seppero frenarsi di mangiare patate crude ed erba morirono; i dottori ci fecero l’utomia e non ci trovarono altro che quel crudo vegetale e constatarono il caso per via di questo, il suo corpo indebolito e deperito non poté digerire e questi poveretti finirono i suoi giorni.
Durante la distribuzione del rancio chi aveva la gavetta e chi aveva niente.
Certi si procuravano qualche latta, chi si faceva qualche scatola di legno, e chi aveva gniente?
Il proverbio dice: gabbatu u santu passata a festa, ma prima di rimanere a senza si levavano una scarpa e se ne servivano da gavetta dicendo ai cucinieri: metti quà s’altrimenti facevano il salto, in seguito poi hanno dato gavette, cucchiai ecc. [...]

lunedì 2 novembre 2009

I funerali nella tradizione popolare isolese


In questo giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, mi sembra doveroso pubblicare uno scritto di Maria Luisa Saettone , la moglie del nostro compaesano Marino Cassini, che nel 1957, inserì nella sua tesi di laurea una sezione dedicata alle tradizioni di Isolabona, in questo breve pezzo ci racconta le testimonianze raccolte riguardo alla morte e al successivo funerale.
Anche queste notizie fanno parte della nostra cultura storica popolare, sono gesti e usanze che non si usano più, ma come per le altre, non dobbiamo dimenticarle.
In ultimo vorrei solo esprimere un mio piccolo pensiero, oggi è un giorno in cui noi tutti abbiamo pensato anche solo per un attimo a chi non c'è più, l'abbiamo fatto in modo diverso, magari in silenzio, ma lo abbiamo fatto...

[...]
a cura di Maria Luisa Saettone


Una panoramica degli usi e dei costumi della popolazione di Isolabona non può in alcun modo diversificarsi profondamente dagli usi e dai costumi che in passato erano peculiari delle popolazioni della Val Nervia e delle valli limitrofe, per cui, volendo restringere il campo e prendere in esame unicamente il paese di Isolabona è opportuno limitarsi all’esame di quei soli elementi di cui ancora permane una eco nei ricordi dei più anziani, avendo i giovani tagliato ormai quasi totalmente le radici.
E pertanto, nell’illustrare usi e tradizioni ormai scomparse o in via di estinzione, relativi al folklore economico (caccia, pesca, pastorizia, abitazioni, agricoltura ecc.), a quello familiare-sociale e a quello religioso, si farà riferimento solo ai "ricordi degli isolesi", raccolti durante una ricerca sul territorio effettuata alcuni decenni or sono.



Funerali

Ancor oggi è consuetudine avvertire la comunità della morte di un suo componente mediante il suono delle campane, i cui rintocchi variano secondo il sesso; tre brevi serie di rintocchi se il morto è un uomo, due se una donna. Un tempo si usava pure "suonare l'agonia", consistente in brevi rintocchi cadenzati che risuonavano a lungo e duravano finché la persona non fosse morta.
A morte avvenuta il primo atto era quello di aprire le finestre, atto dettato dall'ingenua credenza che l'anima potesse volare via libera, poi le persiane venivano chiuse. Ogni specchio veniva coperto da un drappo per evitare, come scrive Van Gennep, "de laisser le cadavre se reflechir", in quanto l'anima, se morta in stato di grazia, vedendosi bella nello specchio, per un eccesso di narcisismo, non si decidesse a liberarsi dal corpo.
A Isolabona vigeva l'uso di legare con una fettuccia le caviglie del morto e, in tempi assai antichi, di mettere in bocca ad esso una moneta: reminiscenza dell'obolo pagano con cui si voleva che il defunto pagasse il pedaggio per essere traghettato nell'aldilà.
Il Rossi, citando un passo del "Procaccino ligure", a proposito del corteo funebre scrive: "circa le tre del mattino mi pervenne confusamente all'orecchio un lungo e continuato scampanio. Balzato dal letto e aperte le imposte di una finestra che mette su una piazza vidi avanzarsi una lunga processione di battuti che con torchie facea corteo ad un feretro. Lo seguivano femmine in veste bruna, discinte, scarmigliate, coperto il capo di larghi cappellacci, le quali battendosi il petto e le guancie rompevano in acutissimi gridi di dolore. Attorno al defunto poi deposto non in una bara ma sopra un lettuccio e vestito de' migliori suoi abiti, stavano tutti i più prossimi parenti. Non tardai a richiamare in mente le "preficae", i "vespillones", i "lectuli" e le "neniae" dei romani e mi convinsi dei riscontri che nelle usanze funerali si conservavano tuttora".
Di tale uso non ho riscontrato alcuna memoria nei vecchi isolesi intervistati.
Concluderemo segnalando ancora un antico costume isolese. Sino all’inizio del secolo scorso si credeva nel ritorno temporaneo dei morti nel giorno della loro annuale commemorazione. Al mattino i familiari, prima di recarsi in chiesa per la messa, avevano l'avvertenza di mettere lenzuola pulite nei letti, di lasciar in ordine ogni cosa, di preparare sul desco cibi e bevande e di porre un lume acceso in cima alle scale per dar modo al congiunto morto, se fosse ritornato, di rifocillarsi e di riposarsi.[...]