sabato 31 ottobre 2009

Novembre e...... ricordi.

Nono mese dell'antico anno romano, che cominciava con Marzo.
Si riteneva che l'undici di Novembre segnasse l'inizio dell'inverno. Gli anglosassoni lo chiamavano "Blot-monath" ( mese del sangue), nome derivante forse dal fatto che a San Martino si uccideva il bestiame per preparare la carne da mangiare durante l'inverno.
"Ene. Brit"


Queste ore di primo Novembre
Arrossano le foglie del rampicante
Come su uno scudo un fiotto intenso,
Improvviso di sangue; Dal bordo all'umbone
Spargono oro e lo esaltano sul manto
Fatato di muschio che gli elfi han ricamato
"R. Browing"

Sia la poesia che le notizie sul mese di Novembre le ho tratte dal libro:
" Diario di campagna di una signora inglese del primo novecento"
scritto da Edith Holden

Questo libro appartiene a quelli dei ricordi della mia adolescenza, me lo regalò un caro amico che per me significava molto in quel periodo in occasione del Natale.
Sono trascorsi quasi trenta anni, lo conservo con tanta cura e ogni tanto lo sfoglio, soprattutto quando c'è il "cambio del mese..."e automaticamente non posso fare a meno di pensare a quel periodo in cui i sogni e i progetti per la mia vita erano al primo posto nei miei pensieri.
Non tutti i sogni si sono avverati e alcuni progetti non li ho potuti realizzare.....
Oggi sono felice e nessun rimpianto mi rattrista quando sfoglio questo libro.

Anche voi possedete libri o oggetti che vi ricordano tempi passati da molto tempo?

venerdì 30 ottobre 2009

Cima Marta, la neve e le mucche....

Un paio di settimane fa vi ho parlato della prima neve scesa sulla "nostra" montagna, il Toraggio qui.
Vi dissi che a cima Marta ne erano scesi venti centimetri.
La mia non erano informazioni per sentito dire, ma erano informazioni che l'amica Paola mi aveva dato con certezza perchè il padre si trovava proprio li, e li vi aveva passato la notte.
Cima Marta è la località in cui la loro mandria pascola nel periodo estivo ed essendo che quest'anno l'estate si è protratta più a lungo del solito, quella notte la neve l'hanno vista cadere dal vivo.
Un paio di giorni fa Paola ha pubblicato su facebook le fotografie che ha scattato nel pomeriggio del 18 ottobre quando ha raggiunto il padre, sono bellissime e le vorrei condividere con voi.


 
 
 

 
 
                                                                       Questo è Artù

Cima Marta è un luogo incantato, è un luogo che conosco molto bene perchè vi sono stata molte volte, lassù sembra veramente di toccare il cielo con un dito....
E' un luogo che è stato testimone di vicende storiche e i ritrovamenti bellici fatti, hanno portato gli studiosi a poter affermare che questa zona fosse stata nel passato una direttrice importante di penetrazione verso il Piemonte.
Di seguito una scheda riassuntiva riguardante la storia e il toponimo di cima Marta.

Tutte le fotografie sono state scattate da Paola che me ne ha concesso l'utilizzo.

Da Cultura Barocca
[...]
MARTA (CIMA) deriva il toponimo da *Marta (massiccio rotondeggiante a prati derivato da un' espressione gotica per "martora", entrato nel latino volgare dal IV sec.).
E' da connettersi con un'antichissima sequenza di percorsi d'alta valle.
Al proposito è significativo il toponimo Porta Bertrara (un passaggio ricavato artificialmente fra rocce, percorso dalla mulattiera per "Cima Marta", cui fu aggiunto posteriormente l'aggettivo di nome germanico Bertrand) da connettersi con qualche sfondamento Longobardo in val Nervia del VII sec.: dal nord padano, per la direttrice della via Pigna-Saorgio, al passo Muratone.
Sulla base dei toponimi si può ricostruire questo tragitto: Muratun, Vergeira (dove era probabilmente una strata vurgaira o "strada che gira" intorno ad un pendio), Restu-a (la prossimità a tal strada di ruderi di una grande casa han fatto pensare a un luogo di sosta simile al quasi omonimo hospitale Restae in Val Polcevera, presso il Passo della Bocchetta), Baussun (ponte dell' omonimo vallone), Mirabèr ("poggio bello" che si protende sulla sottostante valletta), Passosciu, Lagu Pigu (Lacus Putidus ora "Lagopigo" al terminale di Pigna citato in un atto del 1226 come sede di un ponte e di un mulino: vi si ratificò la Pace di Lagopigo che sottolinea la valenza strategica e viaria del posto causa di scontri fra le comunità di Pigna e Castelvittorio).
L'importanza strategico-viaria del nodo di CIMA MARTA è altresì confermata dai ruderi di strutture militari (CASERME E BALCONI DI MARTA) dove si sono riscontrate sovrapposizioni di complessi difensivi di epoche diverse.
E' peraltro emblematico che procedendo dai pascoli di CIMA MARTA si raggiunga la FASCIA SACRA zona in cui si ebbe una battaglia tra Austro-Sardi e Francesi il 27 aprile 1794: altri rinvenimenti di più antico materiale bellico hanno indotto a pensare che questa fosse una direttrice importante di penetrazione verso il Piemonte: e peraltro non bisogna dimenticare che nel passato questa zona aveva goduto di una superiore frequentazione umana come denotano i terrazzamenti ancora visibili seppur abbandonati e soprattutto la frequentazione della vicina mulattiera di collegamento (peraltro ancora indicata nella CARTOGRAFIA DEL XVIII SECOLO) che partendo da SANREMO raggiungeva BAIARDO per innestarsi quindi sull'alta valle del Nervia a PIGNA e procedere verso SAORGIO, TENDA, LIMONE PIEMONTE.[...]

mercoledì 28 ottobre 2009

La distruzione del castello di Dolceacqua, 1746


Il castello di Dolceacqua mi affascina, mi immagino la sua maestosità nei tempi in cui i Doria erano i padroni indiscussi di queste terre.
La sua figura attira la mia attenzione quando sono a Dolceacqua, e sempre mi affascina.

La sua distruzione è il frutto di una guerra avvenuta a metà del 1700, il 15 maggio del 1746 si profilava la definitiva distruzione del castello di Dolceacqua ad opera delle truppe franco ispane che avevano posto le loro batterie presso il santuario di N.D della Muta, a S. Giorgio e a Colle Bottone. Il 27 maggio il Conte Rivaira comandante delle truppe dei Savoia alleate con gli austriaci, decretò la resa.
Le sorti favorirono successivamente gli austro -sardi, che nell'ottobre 1746 si rimpossessarono di tutta la val Nervia respingendo le truppe franco ispane..
Dopo la pace di Aquisgrana nel 1754, i discendenti dei Doria poterono riappropriarsi dei loro beni.
In quegli anni il castello era sede del Tribunale, delle carceri e alloggio del soldato di giustizia ma ridotto a rovina.
Non essendo in grado di recuperalo per mancanza di fondi fu abbandonato alla sua sorte.
Non si hanno notizie dell'uso del castello durante il transito nel 1794 di Bonaparte e del generale Massena e della Marchesa Teresa Doria Bonaroti che furono ospitati a Dolceacqua durante il transito delle truppe in Val Nervia dirette all'assedio di Saorgio.
A porre fine al lungo arco vitale del castello già duramente provato dagli avvenimenti bellici del XVIII secolo, contribuì senza dubbio, il grave terremoto del 23 febbraio del 1887 che danneggiò le strutture superstiti.

A volte porsi delle domande ci fa capire meglio il luogo in cui viviamo.
Sarà perché, non sono nativa di questa terra ma, la amo visceralmente, sono attratta da tutto, mi sento in dovere di cercare delle risposte riguardo a ciò che i miei occhi quotidianamente ammirano...

Da Cultura Barocca

[...]

La DISTRUZIONE DEL CASTELLO di Dolceacqua, nonostante i diversi assedi patiti nei secoli, risale al periodo della guerra di successione al trono imperiale austriaco di metà '700 quando, nell'ambito di questo conflitto europeo e coloniale, il fronte occidentale assunse un rilevo straordinario nella contesa tra le armate congiunte di Francesi e Spagnoli, [per cui Ventimiglia medievale divenne in vari momenti una sorta di fronte avanzato e fortificato] protette sulla costa ligure dalla flotta inglese, e gli eserciti di Austria e Piemonte (Regno di Sardegna) i quali, dopo varie difficoltà, avrebbero realizzato e controllato un vasto sistema di fortificazioni che procedeva dal pignasco, si potenziava sulle alture di Dolceacqua e si estendeva verso la foce del Nervia [entro cui eressero postazioni di batterie, realizzandovi anche un "bastione militare detto di S.Pietro" e le cui sponde collegarono per via di un ponte ligneo, disposto sfruttando certe isole nel torrente, che permetteva loro di stare in contatto con la ridotta Guibert, l'agro dei Piani di Vallecrosia ed i quartieri militari di Bordighera] il Campo di Nervia ove [a causa di tonnellate di sabbia trasportata per secoli dal vento e poi per i ripascimenti di un vasto terreno agricolo divenuto verso metà del XIII sec. Prebenda del Capitolo della Chiesa Cattedrale di Ventimiglia medievale] stavano sepolti i resti della Ventimiglia romana.
Dal piano del Campo le fortificazioni austro-sarde giungevano sin alla loro testa di ponte ricavata nel fortificato (tra 1746-'47) Convento di S. Agostino nell'attuale sito di Ventimiglia moderna mentre altre fortificazioni, nel pieno della guerra e dopo le grandi opere di edilizia militare portate avanti dagli austriaci, si ramificarono ovunque provenendo dall'area del Convento di Dolceacqua e seguendo antichi tragitti, provvisti di complessi bellici di difesa o di attacco snodantisi fin al sistema montuoso minacciosamente gravitante su Ventimiglia di Maure/Siestro/S.Giacomo e già usato ai tempi della conquista genovese della città.
Nei primi anni della guerra, ai tempi dell'avanzata dei Francesi e degli Spagnoli, che facilmente conquistarono Ventimiglia [a scapito delle forze nemiche ma anche della repubblica di Genova, ambiguamente neutrale quanto strategicamente importante, soprattutto indifesa e con un Dominio destinato ad esser percorso più volte da eserciti stranieri in guerra da loro e causa di danni gravissimi] il GENERALE SPAGNOLO MARCHESE LAS MINAS fu il vero "DISTRUGGITORE" del CASTELLO DI DOLCEACQUA che costituiva ormai un sistema fortificato del tutto superato e rispondente piuttosto ai criteri bellici del rinascimento.
Esso era difeso mirando infatti soprattutto alla protezione del ponte sul fiume e non delle colline circostanti. Sui bastioni si potevano contare tre cannoni in bronzo, due "sagri" o "colubrine" (armi tipiche del XVI secolo che sparavano palle in ferro del peso di 12 libbre), un mortaio, quattro spingarde calibro 15.
Gli uditori generali sabaudi prevedendo degli attacchi a questa principale difesa del Marchesato avevano fatto dotare il castello di artiglieria pesande provvedendo pure all'eliminazione dei loggioni rinascimentali sì che il bel maniero era di fatto divenuto una fortificazione in cui avevano sede anche le aule del tribunale, delle carceri e dell'autorità sabauda come è annotato alla nota 23 di p. 67 del volume MARCIANDO PER LE ALPI....
Forte del suo ruolo di comandante dell'armata spagnola, per dare ai nemici in ritirata una prova d'efficienza bellica (mentre si dava con 3670 soldati iberici al loro inseguimento sin alla sabauda ONEGLIA che prese ma dove però gli Austro-Sardi lo fermarono tenendo ben saldo il controllo dell'entroterra) il Las Minas il 7-V-1744 ordinò ad una colonna di 800 uomini (forniti di una moderna ARTIGLIERIA DA CAMPAGNA), proveniente da Sospeil, di calare su Dolceacqua e prenderne, anche distruggendolo, il castello a guardia della via del Nervia e difeso da una guarnigione di piemontesi al servizio del Sabaudo Conte Rivara [il Marchesato di Dolceacqua abbandonata una politica ambigua che lo collocava tra Genova, cui per tradizione appartenevano i Doria, ed il forte Stato Piemontese dei Savoia in espansione verso la costa ligure ponentina] oltre che potenziato da una postazione d'artiglieria, purtroppo fissa e non quindi in grado di spostare il tiro su eventuali bersagli in movimento o siti fuori del suo raggio d'intervento.
Tre MODERNE BATTERIE DI CANNONI SPAGNOLI DA CAMPAGNA, per un giorno e quasi indisturbate, bombardarono DOLCEACQUA e il CASTELLO: le batterie erano state ben disposte, in modo da sviluppare un micidiale fuoco incrociato.
Esse sparavano dal sito del Convento dolceacquino, ove la colonna era giunta subito, e dalle postazioni, successivamente raggiunte, del monte Bottone e della chiesa di S. Giorgio.
I danni si rivelarono presto ingenti e lo stesso giorno dell'attacco (17 maggio 1744) il Conte Rivara ritenne conveniente arrendersi, visto anche che non solo il forte ma anche molte case venivano colpite e mutilate con perdite umane.
Franco-Spagnoli ed Austro-Sardi si sarebbero poi ripetutamente contesa la base militare del castello di Dolceacqua, in un alternarsi di avanzate e fughe più o meno ragionate in funzione dell'importanza strategica degli itinerari che ad esso conducevano.
Di questo percorso che collegava VENTIMIGLIA con AIROLE E VAL NERVIA e quindi con DOLCEACQUA E LA VALLE DEL NERVIA per immettersi sulla DIRETTRICE NERVINA VERSO L'OLTREGIOGO si valse, seppur a ritroso, durante la guerra di successione al trono imperiale il re piemontese CARLO EMANULELE III.
Passando per Dolceacqua [momentaneamente ripresa] con 2000 soldati il 10 ottobre 1746, osservando i ruderi del castello dal sito del Convento di Nostra Signora della Muta (Mota), mentre appunto prendeva la diramazione per Ventimiglia e la strada del Roia, si rese conto della sua inefficienza (e quindi dell'inutilità di un possibile restauro) contro i moderni cannoni e decise di farlo smantellare come baluardo militare.
Sapeva bene il condottiero piemontese che per la strategia del suo tempo erano necessarie, in quei siti, fortificazioni d'altura, certo meno pittoresche ma più efficienti e che egli fece lestamente realizzare dagli ingegneri di guerra Guibert e Rombò e che furono poi abilmente gestite dal condottiero germanico al servizio dei Savoia barone di Leutrum.[...]

martedì 27 ottobre 2009

Gaspare Armato intervista Annarita Ruberto




Oggi l'amico Gaspare Armato del blog babilonia61 ha pubblicato un post intervista ad Annarita Ruberto. Essendo Annarita una mia lettrice, vorrei omaggiarla condividendo il post di Gaspare.
Annarita è per me un modello da seguire per la sua "professionalità", Gaspare lo considero il mio "professore di storia", leggendo i sui post imparo ad apprezzare e a capire aspetti della nostra storia riflettendo sugli avvenimenti.
Grazie a tutti e due per tutto quello che scrivete.

Da babilonia61
[...]
Conosco Annarita Ruberto già da diverso tempo e mi ha sempre incuriosito il suo essere filantropa, il condividere conoscenze ed esperienze attraverso il web, il continuare a colloquiare con i suoi alunni per mezzo dei suoi due blog didattici, uno, MatematicaMente, dedicato appunto alla matematica, l’altro, Scientificando, aperto all’insegnamento delle Scienze.

Annarita, professoressa di matematica e scienze nelle scuole medie, svolge anche attività di formatrice e collabora da sette anni con la rivista “Scuola e Didattica” dell’Editrice La Scuola – Brescia, pubblicando articoli di didattica scientifica e metodologia generale. Interessata alla ricerca personale per migliorare gli strumenti didattici a favore dell’apprendimento degli alunni, ha perfino sperimentato una borsa di ricerca ministeriale per il rinnovamento dell’insegnamento scientifico e partecipato a progetti pilota di matrice ministeriale.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Come ben sai, caro Rino, ci sono molteplici modi di intendere la Storia. Già sin dalla seconda metà dell’Ottocento autori, come Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard hanno svolto una critica molto radicale dell’idea di storia intesa come progresso, volta comunque a un procedere del tempo, che ha un verso. Questa idea di storia lineare è entrata in crisi.
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lunedì 26 ottobre 2009

Banane di Ventimiglia e avocadi di Ospedaletti.....



Questa mattina, dopo aver accompagnato il mio pargolo a scuola, mi sono fermata dal "conte di Tabò" per acquistare il pane.
Sul bancone vi era un cestino al cui interno erano adagiati alcuni frutti, hanno subito colpito la mia curiosità soprattutto per il loro colore, perchè la forma mi era nota.
Ho così chiesto a Giacomino, il conte, cos'erano e lui mi ha risposto:
" Sono avocadi di Ospedaletti".

 

Quest'anno la nostra riviera di Ponente ci ha regalato un'estate calda ma soprattutto lunga, una situazione climatica eccezionale che ha permesso la maturazione di frutti che solitamente maturano ad altre latitudini come ad esempio l'avocado e il banano.
Si avete capito bene a Ventimiglia sono maturate le banane.
Leggete l'articolo scritto dall'amica Patrizia Mazzarello, giornalista del SecoloXIX, qui.
Mentre di seguito potrete vedere un breve video realizzato durante la raccolta delle banane...


Che la nostra bella riviera fosse un posto speciale già lo sapevo.....



Peccato che quando sono tornata per vedere se i datteri erano maturati, ho trovato la palma drasticamente potata!







giovedì 22 ottobre 2009

Catarinin a Burdigota, una venditrice di pesce del primo novecento

Questa sera vorrei proporvi un altro brano tratto da Au fil de la Nervià di Andrè Cane, il nostro compaesano che con tanta bravura ci ha lasciato in eredità con il suo libro, tradizioni e personaggi del primo novecento che popolavano o frequentavano Isolabona.
Il brano ci racconta cosa si pescava e come veniva effettuata nel nostro corso d'acqua, il Nervia.
Il racconto oltre a descrivere la pesca nel torrente, ci parla di un personaggio, Catarinin a Burdigota, che e ra una venditrice ambulante di pesce.
Il pesce, si sa, è un prodotto molto difficile da trattare, va consumato fresco.....sappiamo che dal punto di vista storico non fu un alimento che riscosse molto furore soprattutto per il fatto che quando arrivava sulle tavole di chi abitava lontano dai porti, aveva perso il suo naturale profumo e le sue carni erano poco appetibili...Fu solo in seguito cioè quando i metodi di conservazione e i mezzi di trasporto divennero migliori che anche il pesce trovò la sua gloria.
Solo a titolo informativo, l'anguilla fu uno dei pochi pesci che veniva commercializzato e consumato su molte tavole perchè poteva vivere fuori dall'acqua per moti giorni e lo stocafisso perchè essiccato.....
 


Da

Au fil de la Nervia di Andrè Cane
Traduzione di Nadia Veziano.
 [...]
La pesca

Si limitava al vairone e all’anguilla.
Mio zio, pescatore appassionato e abile di questo piccolo pesce argentato, non ritornava mai senza averne riempito un sacchetto di tela bianca, del quale avevo la responsabilità e che portavo con ostentazione e fierezza passando sul ponte.
Partivamo la domenica, sotto le stelle e risalivamo sempre il Nervia a metà strada, tra Isola e Pigna.
Ci attardavamo soprattutto, ai bordi di una serie di piccole gole profonde scavate nella roccia scistosa. Lì prendevamo dei bei esemplari, che vedevo agitarsi attorno ad un amo sottile, perfidamente avvolto in una minuscola e bianca pallina di mollica di pane.
Della nostra pesca, facevamo sempre delle saporite fritture e questo ci evitava l’acquisto, proibitivo per noi, del pesce di mare, che faceva la sua apparizione il venerdì, quando il tempo e le circostanze lo permettevano.
Quel giorno vedevo arrivare, verso le dieci/undici una vecchia conoscenza degli abitanti:
“Catarinin a Burdigota”, originaria come lo suggerisce il soprannome di Bordighera.
Una maestra pescivendola quella!
Era robusta, coi capelli sale e pepe che da molto tempo avevano rinunciato al pettine e al sapone.
Aveva occhi chiari su un viso rossastro, brufoloso, devastato.
Un corsetto e un grembiule neri puzzolenti di sporcizia e popolati di mosche.
Dalla sua bocca, dalle labbra spesse, uscivano parole, forti nel tono, e grossolane nella forma.
Dalla fontana fermava il suo carretto tirato da un pimpante cavallino grigio a macchie nere, provvisto di una corda ornata da cento sonagli che la segnalavano da lontano.
Dietro al sedile, erano disposte due ceste di pesce ricoperte da un sacco.
Portava alla nostra gente, che considerava un po’ come clienti di serie B, la merce che non aveva “fatto fuori” sulla costa.
Difendeva la sua mercanzia e a quelli che osavano contrariarla, erano pochi, rispondeva con ingiurie. Questo non la turbava per niente mentre annunciava con il suo vocione :
“ U belu pesciu frescu “ all’entrata dei carrugi principali.
Le capitava però, molto più spesso di quanto credesse, di ritornare a casa con le ceste ancora piene.

Più interessante era la pesca all’anguilla, in acque chiare e principalmente d’estate.
Aveva l’aspetto del bracconaggio ed esigeva l’utilizzo di tre uomini.
Uno, munito di una pesante mazza, l’altro di una grossa pinza che si faceva prestare da “ Batti u Ferrà” ( il maniscalco), il terzo, aveva il compito di sollevare i massi che emergevano e sotto i quali si nascondevano le anguille. L’uomo con la mazza dava grossi colpi sulla pietra che avevano come scopo di stordire il pesce, ovviamente quando c’era.
Quello che aveva le mani libere, sollevava lentamente il masso, il terzo, in agguato, pinze spalancate, si impossessava velocemente della preda.
Ma il procedimento più comune, il più coinvolgente, era una canna un po’ speciale, tuffata nelle acque torbide del torrente in piena.
All’estremità di una canna non flessibile, era fissato un pezzo di filo di lunghezza adeguata, munito a venti centimetri dalla parte terminale, di un piombo.
Questa breve distanza, serviva a fissare saldamente una matassa di vermi infilati con un’ago.
Era la “pesca au massame”.
Appena i primi temporali scoppiavano sul Toraggio, vedevo due uomini, sempre gli stessi, precipitarsi su un piccolo cumulo annaffiato tutto l’anno dall’acqua dei piatti della trattoria che si trovava sulla sinistra del ponte.
Muniti ognuno di un magaglio, sollevavano rapidamente alcune zolle di fango grasso, che pullulavano di lombrichi che raccoglievano in breve tempo in quantità sufficiente.
Preparata la canna, si munivano di grandi ombrelli.
Sceglievano un posto al riparo dalla corrente e aprivano l’ombrello alla loro sinistra, col manico all’insù. Appena l’anguilla abboccava alla grossa esca, senza amo faccio notare, sollevavano rapidamente la canna e lasciavano cadere la preda nell’ombrello.
Era una pesca che esigeva una grande abilità, perché la sua efficacia, si giocava sui pochi secondi che passavano tra l’uscita dall’acqua e la caduta nella grande trappola di stoffa.
Succedeva spesso che l’anguilla si staccasse appena si sentiva fuori dall’acqua.
Due o tre volte nel corso dell’estate si praticava, con un permesso, la pesca con la rete nel “lagu du fundu”, distante solo qualche decina di metri dall’arcata del ponte.
Questo piccolo attrezzo di forma conica, veniva disteso e spinto da quattro uomini.
Altri uomini disposti intorno al lago si avvicinavano alla rete spingendovi a colpi di bastone i pesci  che sollevavano una grande massa d’acqua.
Questo spettacolo attirava numerosi curiosi.[...]

mercoledì 21 ottobre 2009

Pioggia...


Sta piovendo a dirotto da circa un'ora, la pioggia è un bene preziosissimo ma quando scende di notte e molto forte, mi agita...speriamo bene!

La soluzione del crittogramma

Stefano


La risposta che Stefano mi ha lasciato sulla bacheca di Facebook per il crittogramma di ieri è stata la seguente:

benvenuti steso al tappeto.

Potrei dire che è quasi giusta....perchè quella esatta è:

Benvenuti messo al tappeto.
La scritta salve è un saluto di " Benvenuti", ma, al tempo stesso è il pugile (Nino) Benvenuti messo ko, cioè al tappeto.


Considerando che nessuno e neppure io, se non avessi avuto la soluzione scritta sul libro di Marino Cassini, " Giocare con Edipo", si è avvicinato, proclamo vincitore Stefano.... anche se mi ha fatto sapere che la soluzione l'ha trovata ieri sera al bar con altri amici...
Mi sa che questa volta l'avevo messo in difficoltà....!!!

martedì 20 ottobre 2009

Crittogramma per Stefano

Ieri sera un amico di facebook, mi ha chiesto di postare un gioco.
Questa mattina, dopo averlo incontrato, gli ho promesso che l'avrei fatto questa sera...eccolo;))

E un crittogramma:

SALVE

aiutino....

La scritta sullo zerbino, è un saluto.

(9, 5, 2,7) le parole della soluzione.

Domani la soluzione.

lunedì 19 ottobre 2009

Com'erano le abitazioni di una volta a Isolabona


Conoscere la storia e le usanze di Isolabona è lo scopo per cui ho deciso di aprire questo blog.

Raccontare gli usi e i costumi di questo popolo è per me il modo migliore per capire meglio il luogo in cui vivo.

Oggi leggendo dei documenti che parlano della nostra storia, ho trovato qualcosa di molto interessante, la descrizione di una casa tipica.
Cosa meglio della quotidianità ci fa capire di più?
Il periodo a cui si riferisce l'articolo arriva fino primi decenni del XX, per molte abitudini anche oltre, cioè finché, prima la luce e poi l'acqua non hanno migliorato la qualità della vita.

A cura di Maria Luisa Saettone e Marino Cassini

[...]
Isolabona, come molti altri borghi della valle, si presenta come un agglomerato di case organizzate a difesa reciproca ed ha una semplicità primitiva. Sorse alla base di una collina nel punto in cui si congiungono i due torrenti Nervia e Merdanzo. Nella parte superiore i Doria costruirono il castello, mentre i lati del paese, a nord e a sud, erano formati dai muri massicci delle abitazioni, costruite senza interruzione di continuità, e nei quali non vi era alcuna apertura al di sotto dei dieci metri. Le uniche due vie d’accesso al paese erano difese a est dal Castello e ad ovest da uno sperone roccioso, sotto il quale scorre il Nervia, collegato all'altra sponda da un ponte a schiena d'asino (distrutto nell'ultima guerra e poi ricostruito).
Il paese racchiuso in questa cinta muraria, rimasto immutato nel tempo, presenta un brulichìo di rampe, di saliscendi, di stretti carruggi le cui opposte facciate delle case sono a volte unite da archetti in muratura, con funzione antisismica, a volte da una vera e propria grotta su cui è costruita un’altra abitazione. Era il bisogno di difesa che faceva sorgere simili costruzioni.
Del Castello, una costruzione a se stante, sono rimaste solo le mura perimetrali, le quali non permettono di capire quale potesse essere l'architettura interna. Per coloro che volessero farsene una idea, si rimanda alla accurata descrizione che lo storiografo G. Rossi ci ha fornito del Castello dei Doria di Dolceacqua.
Le case del nucleo storico Isolabona si presentano quasi tutte strutturate in un modo particolare.
Normalmente la casa da abitazione è composta da 4/5 vani, quasi sempre sovrapposti su 2/3 piani. E' costruita in pietra e calce, con spessi muri perimetrali (50/70 cm e anche più). I soffitti sono a volta. Le finestre sono piuttosto piccole e non rispettano quasi mai una regolare simmetria edilizia esterna. Al piano terra si trovano uno o più locali adibiti a stalla o deposito per foraggi, prodotti della terra e attrezzi agricoli oppure a cantina. Le porte, non sempre munite di serratura, venivano un tempo chiuse dalla tartavala, un piolo di legno dentellato, situato orizzontalmente dietro la porta, a mezza altezza, che veniva azionato dall'esterno per mezzo di un ferro uncinato.
Si accede al primo piano mediante una scala in muratura, con scalini in ardesia. La prima rampa è quasi sempre esterna e un piccolo ballatoio forma l'ingresso della casa. Il vuoto formato sotto la scala esterna e sotto il ballatoio dava origine ad un minuscolo vano chiamato stagetu, destinato al deposito di legna o attrezzi.
La cucina era generalmente al primo piano e in un muro perimetrale stava il camino dal quale pendeva una catena per agganciare marmitte, padelloni, in particolar modo quelli per cuocere le castagne. Di fronte ad esso stava un banco in muratura su cui era appoggiata la seglia (secchia per l'acqua) e in cui era ricavato un pozzetto per la lavatura quotidiana delle stoviglie. In un angolo, bene in vista, stava u bancää, un mobile a metà fra la cassapanca e la madia. In ogni cucina non mancavano mai i lumi a olio di caratteristica fattura, le lucerne, le batterie di rame, il mortaio ecc. Tra gli strumenti del buon tempo antico è da notare vicino agli alari u sciüscietu, il soffietto, formato da un lungo tubo di ferro in cui si soffiava per alimentare le braci.
Le stanze superiori avevano un aspetto comune: letti in legno con sacconi pieni di foglie di granoturco, seggiole impagliate, un lume con a fianco esca e acciarino, a banchetta (sgabello). In certe camere, sopra il letto, venivano poste della canne a forma di pergolato le quali servivano per sostenere grappoli d'uva cui si lasciava un lungo tralcio per appenderli, mele e pere legate per il picciolo, tutta frutta da consumare nei mesi invernali.
Il solaio serviva quale deposito per la legna, per patate, per le castagne. Il tetto era ricoperto da coppi o tegole o lastroni di pietra disposti a embrice.
Il solaio fungeva pure da luogo igienico e ospitava tre oggetti che non mancavano in nessuna famiglia: a benengeia, u segliun e a barii. La prima consisteva in un capiente vaso di terracotta smaltata, con maniglie ai lati e aveva la forma del cappello che i medici immortalati da Moliére erano soliti portare. Era sistemato sotto un asse trasversale, una specie di seggetto con un ampio foro al centro. In esso tutti i componenti della famiglia depositavano il "soverchio pondo del corpo" e, quando la benengeia era colma, il liquame veniva con cura travasato nella barii , un barilotto di legno della capienza di 20/30 litri che poi, accuratamente tappato con un turacciolo di legno, veniva avvolto in un telo di juta, u curauu, e portato negli orti o negli uliveti dove veniva utilizzato come ottimo concime.
Per le campagne oltre ai terüssi di cui già si è detto, vi erano pure i casui (metati) che tra l’altro servivano per l’essiccazione delle castagne. Erano costituiti da quattro muri perimetrali alzati a secco, con due finestre, una porta e il tetto senza soffitto. Il pavimento era in terra battuta. Servivano per riparo e anche per deposito di concime. Uno dei pochi mobili presenti era il boregu, consistente in una sezione di un tronco d'albero, alta dai 60 ai 70 centimetri, nella cui parte superiore veniva praticato un incavo profondo 30/40 cm. Serviva per depositarvi il cibo. Sull'incavo veniva posta una lastra d'ardesia che fungeva da coperchio e al tempo stesso da desco.[...]

Roberta per non dimenticare.

domenica 18 ottobre 2009

Sul Toraggio la prima neve.

Ieri sera ha piovuto, ho pensato che fosse una bella cosa, credevo che l'acqua avrebbe attenuato il freddo improvviso che ci accompagna da alcuni giorni....
Questa mattina, aperte le persiane, ho visto un cielo azzurro, sgombero da nubi, tra me e me ho pensato che oggi sarebbe stata sicuramente una bellissima giornata, di quelle che ti godi facendoti accarezzare il viso dal sole.
Invece non è stato così...
Uscita per andare a comprare il pane, e si a Isolabona abbiamo il pane fresco anche la domenica, ho subito percepito che la temperatura era bassa, ho così rivolto il mio sguardo verso il Toraggio, la nostra montagna e sono rimasta ammutolita... i prati quasi fino a Gouta erano ricoperti dalla neve...siamo al 18 di ottobre e la neve ha già fatto la sua comparsa.
Purtroppo la fotografia che ho postato l'ho scattata alle 12 quando, "purtroppo", la neve si era quasi tutta sciolta. Sui prati, ne rimane una piccola chiazza, a cima Marta ne sono scesi 20cm, così mi ha detto un'amica, e sul versante francese era ancora ben visibile a mezzogiorno.
Sono rimasta in casa tutto il pomeriggio, altro che farmi accarezzare il viso dal sole...la caldaia ha superato il test di accensione ed è rimasta accesa fino a poco fa...
Domattina so già che avrò la brina sul vetro della macchina, così oltre a lamentarmi che siamo in ritardo per la scuola dovrò congelarmi le mani per pulire il vetro.....
I colori delle nostre montagne sono ancore di un bel verde, i colori dell'autunno tardano quest'anno ad arrivare, avrei preferito vedere i colori dell'autunno e non sentire in anticipo il freddo.

sabato 17 ottobre 2009

Borghi liguri, di Sara Rodolao

Immagine tratta da Il resto della tela

Borghi liguri in inverno...
cantucci pittoreschi
della mia terra;

pennellate pastello,
nella cornice smeraldo delle alture,
pescatori sui moli
in attesa di bonaccia
e mezzelune dei gozzi
esposti al vento,
come gusci di arcobaleno.

Borghi liguri in inverno...
Frotte di gabbiani
a solcare nuvole arrabonde,
concerti di spume nei litorale,
là dove l'onda
si scioglie al bacio dei ciottoli,
e grandiosi silenzi,
silenzi che inzuppano case antiche,
sentinelle di un tempo
che non torna.

Borghi liguri in inverno...
Acquarelli,
talvolta acqueforti-
cuori pulsanti della mia terra!

Poesia di Sara Rodolao
premiata al concorso internazionale
" La baia di Portovenere"

giovedì 15 ottobre 2009

Comune di Isolabona, il nuovo sito.




Il nuovo sito del comune di Isolabona è finalmente operativo.
Sapevo che la sua impaginazione era quasi ultimata e attendevo il lancio nel web...
Il sito è strutturato in aree tematiche, tradizioni, storia, vecchie foto, manifestazioni e pagine di carattere amministrativo.
Non è ancora del tutto ultimato, esiste una sezione di comunicazione, uno sportello del cittadino.
La mia speranza è che questa sezione venga usata dai miei compaesani per comunicare con l'Amministrazione, perchè solo con la comunicazione si riesce a migliorare e a migliorarsi.
Il miglioramento della qualità della vita passa anche attraverso il dibattito, unica forma, secondo me,  di vera collaborazione tra Cittadini e Amministratori.
Vorrei esprimere le mie congratulazioni a David Gabrielli, Presidente del Consiglio Comunale, che ha messo a disposizione gratuitamente la sua mano d'opera per la realizzazione del sito.

 

martedì 13 ottobre 2009

La civiltà del mulo nel ponente ligure

Per tutto c'è una spiegazione......
Facendo ricerche sui costumi e le tradizioni di Isolabona, scopro sempre un collegamento tra gli avvenimenti.
Si potrebbe pensare che le cose sono ovvie, ma per me non è così, o per lo meno, se lo sono è per chi ha vissuto le esperienze in prima persona, e molte volte noto che non si sono tramandate delle testimonianze..
Voglio dire è che a volte se non si parla e se soprattutto non si scrivono memorie, le parole prima o poi si dimenticano e dimenticandole perdiamo una parte della nostra storia.
Fatta questa premessa, posso parlarvi dei muli.
I muli hanno avuto una grande importanza nello sviluppo agricolo di questa valle, soprattutto di quella montana e non solo, infatti si puà parlare di una civiltà dei muli del ponente ligure.
I sentieri impervi, quelle che ora si chiamano mulattiere ( un tempo erano antiche vie). erano le uniche che permettevano di raggiungere le campagne coltivate distanti ore di cammino dal centro abitato.
Per il trasporto del materiale agricolo venivano impiegati i muli, abili arrampicatori.
Sino al 1950/1955 ad Isolabona vi erano 12 muli, dato datomi da Alfonso Cane,un caro amico, che ha svolto la professione di veterinario in zona proprio in quegli anni e che provvedeva alle loro cure, i paesi in cui ve ne erano il maggior numero era Pigna e Castelvittorio, due paesi più a nord di Isolabona.
Con la costruzione delle strade carrozzabili, questi animali andarono incontro a un loro inutilizzo.
Come scrive Andrè Cane nel suo libro "Au fil de la Nervia",
[...]
Capre e muli, al termine di una lunga giornata passata all’aperto venivano a tuffare il loro muso nel fresco abbeveratoio della vasca, prima di raggiungere le stalle[...], testimonianza della massiccia presenza nel nostro comune nei primi decenni del XX secolo.
Si potrebbe parlare di una civiltà del mulo e dei mulattieri, una civiltà che nel ponente ligure ha avuto una notevole importanza anche per il commercio tra il basso piemonte e la Francia.
Nel folklore popolare sono stati spesso oggetto di storie e proprio a Isolabona sono stati i protagonisti della canzone i Muratei, canzone che nel 1960 vinse la pigna d'oro a Sanremo nell'edizione dedicata ai Menestrelli, ne parlai qui .


I menestrelli di Isolabona 1960

E' proprio a questo che alludevo all'inizio, una canzone dedicata ai "muratei" ai mulattieri, perchè?
Perchè questi uomini con i loro muli rappresentavano molto per il nostro territorio, appunto, una civiltà del mulo. Una civiltà di cui non se ne parla più, una civiltà che nasconde tradizioni e modi di vivere che oramai sono stati dimenticati.
Di seguito potrete leggere una breve storia dedicata ai muli, tratta da Cultura Barocca in cui si può approfondire la loro storia in Liguria e soprattutto nel ponente ligure.
[...]
In Liguria occidentale il MULO ebbe grande fortuna data la qualità impervia del terreno su cui si muoveva meglio degli altri equini.
peraltro si tratta di un animale ideale per il lavoro sia a traino pesante o leggero e veloce sia a basto per someggio.
Questa poliedricità lo faceva preferire ad animali più eleganti ma delicati quali i CAVALLI nell'attività ausiliare delle aziende rurali.
Non abbisognado di molte cure per la sua rusticità, visto che è straordinariamente robusto e forte, non molto più esigente dell'asino sotto il profilo alimentare e soprattuttoincredibilmente resistente al freddo dell'alta montagna il MULO ha una sua storia di animale da viaggio sia per mercanti, pellegrini che soldati.
E' per questo che il MULO (capace di reggere grosse fatiche in condizioni limite e in età anche avanzata) divenne da tempi lontani l'ANIMALE PER ECCELLENZA DELLE FORZE ARMATE: in grado do trasportare salmerie, vettovaglie e strumentazioni belliche quasi su ogni percorso (a differenza del CAVALLO che rimase sempre animale per eccellenza di un'arma elitaria come la CAVALLERIA).
La Spagna è in Europa la maggior produttrice di questi ibridi mentre in Italia (a parte le razze locali meridionali come la calabrese, abruzzese, pugliese e siciliana) ebbe un ruolo fondamentale la RAZZA SAVOIARDA (quella coi caratteri esternamente più simili alCAVALLO) che dal Piemonte sabaudo penetrò in Liguria occidentale sui grandi tragitti della mercatura mare-monti.
In Liguria occidentale il MULO eramolto diffuso essendo il MULO l'animale ideale per viaggiare lungo percorsi aspri e disagevoli sia lungo la costa che per i tragitti LIGURIA-PIEMONTE.
Questo animale godette per tutta la "Provincia di Imperia" una notevole "fortuna" nel passato.
Ovunque si parla di MULATTIERI soprattutto per quanto concerneva il loro interminabile succedersi tanto sulla via del Nava avendo come punto nodale il sito di Caravonica nell'onegliese, autentica tappa secolare di muli e mulattieri, quanto sull'areale della zona di Taggia e della valle Argentina [ma neppure bisogna dimenticare l'estremo ponente ligure ed in particolare le sue valli ove muli e mulattieri svolsero svariati e secolari lavori].
Per queste contrade generazioni di uomini, in compagnia dei loro animali, svolsero un lavoro fondamentale incentrato sul trasporto a pagamento di prodotti da condurre sulle piazze commerciali del Piemonte o da queste ai porti liguri od ancora dal Ponente di Liguria in direzione della Provenza quanto di Genova.
Le tracce di questa "CIVILTA' RUSTICA DEL MULO" si riscontrano un pò ovunque nel ponente ligustico, tuttavia per quanto riguarda l'area appena menzionata si hanno tracce documentarie di un certo rilievo (senza dimenticare la scelta che sino a non molti anni fa si faceva dei MULI allevati in valle Argentina per essere utilizzati nelle Forze Armate Italiane).
Questa CIVILTA' DEL MULO E DEI MULATTIERI ha lasciato per esempio significative tracce nel folklore e nelle usanze sia religiose che laiche.
Per esempio nell'area tra le valli dell' Argentina e del S.Lorenzo, nella località di POMPEIANA in particolare, si scoprono tracce di un folklore antico connesso alla cura dei MULI.
Proprio a POMPEIANA esistono per esempio i ruderi di una CAPPELLA o CHIESA CAMPESTRE che la popolazione aveva eretto ad un SANTO tra i cui attributi era quello di essere protettore dei maniscalchi, CAPPELLA che nella dizione locale è detta, impropriamente, CAPPELLA DI S. ALO' piccolo ed ormai quasi dimenticato "tempietto cristiano" all'antica, quanto decaduta, CIVILTA' LIGURE DEL MULO: nella storia ligure ponentina i lunghi tragitti commerciali, verso il Basso Piemonte quanto verso la Provenza e comunque la Francia (senza escludere naturalmente il territorio di Genova) avvenivano tramite MULI, aggiogati quando possibili, altrimenti operanti individualmente (od incolonnati) carichi della soma [e peraltro molti lavori erano svolti con l'unico, sostanziale aiuto del paziente e forte MULO.[...]

domenica 11 ottobre 2009

Sono da evitare pance scoperte e mutande in vista a scuola......


Immagine reperita nel weeb


Ho appena firmato un avviso sul diario di mio figlio che frequenta la prima media, l'avviso è composto da tre comunicazioni, una di queste cita:

" Sono da evitare pance scoperte e mutande in vista".

Che l'ambiente scolastico sia da considerarsi un ambiente dove avere un abbigliamento decoroso faccia parte del vivere civile, l'ho sempre sostenuto, viene spontaneo chiedermi perché per le altre madri non è così.
Mio figlio si veste classico sportivo, jeans, camicia e felpa, rigorosamente con poche scritte, se non è ha è ancora meglio, è una sua scelta........se avesse altre idee e gli piacesse far vedere le mutande o se fosse una femmina e gli piacesse far vedere la pancia, non mi troverebbe d'accordo soprattutto se si vestisse in questo modo per andare a scuola.
Dov' è finito il buon senso?
Il senso del decoro lo si vede anche in questi piccoli particolari di convivenza comune, oppure sono troppo bacchettona?
Fino lo scorso anno e per cinque anni ha indossato una blusa, il grembiule, che bello, una sorta di divisa che aveva anche lo scopo di evitare che si potessero vedere pace scoperte e mutande a vista........se mi dicessero che da domani bisogna indossare un grembiule sarei molto felice!!!
E voi come la pensate sull'abbigliamento da esibire a scuola?

venerdì 9 ottobre 2009

Un vecchio modo di dire.......


U tampu bon u nu pöö durää,  u brütu mäncu



 (Il tempo buono non può durare, il cattivo nemmeno)

giovedì 8 ottobre 2009

Il brussu.


Il formaggio di capra, si sa, ha un gusto particolare.
Il brussu, è quello che forse più di qualunque altro lo mette in evidenza.
Avendolo scoperto da ragazzina, lo consideravo un formaggio "puzzolente e immangiabile" poi, maturando, ho saputo apprezzare quel suo gusto particolare, quel suo gusto forte che se accompagnato da un filo d'olio extravergine delle nostre olive taggiasche e spalmato su un pezzo di pane appena abbrustolito, accompagnando il tutto con un buon bicchiere di vino rossese, lo rende uno dei formaggi più buoni che io conosca.....
Questo formaggio è oggi quasi introvabile e quei pochi che lo sanno pastorizzare, appartengono a una categoria in via di estinzione.
E' un formaggio che appartiene alla tradizione culinaria di questa zona, non sono riuscita a trovare notizie storiche riguardanti questo formaggio, ma nel libro di Andrè Cane vi è un paragrafo a lui dedicato.
Il racconto che vi propongo questa sera fa parte del paragrafo dedicato alla fontana, " da a funtana" .
Sarebbe bello sapere se questo formaggio di capra, morbido e vellutato (non nel gusto) lo si trova anche in altre regioni d'Italia essendo i miei lettori abitudinari un po' sparsi in tutta la nostra nazione.
In casa mia non manca mai, la fotografia l'ho scattata al vasetto che, purtroppo, sta raggiungendo la fine...


Da u fil de la Nervia
di André Cane
Traduzione di Nadia Veziano

[…]

“ LA pastressa”

Al contrario, i paesani sembravano meno tergiversare e sminuire i prodotti della “ pastressa”
( pastorella) che, aveva lasciato sotto le stelle sulle montagne di Marta o Sansun il suo gregge.
Offriva una merce dall’odore forte “la cagliata” , la “toma di capra” e soprattutto il “ brussu” che gli procurava la clientela più numerosa.
Mio zio Tumaù, il calzolaio, la cui bottega si apriva sulla piazzetta, era un grande consumatore di brussu, alimento molto profumato, sano e nutriente.
Ne era goloso e lo gustava tutto l’anno, dunque cercava di non rimanerne mai sprovvisto.
Lo lasciava “ stagiunà” cioè maturare al punto giusto prima di consumarlo.
Appena lo comprava, lo pressava con accortezza dentro a dei boccali di vetro o di ceramica, e lo ricopriva con un sottile velo di olio. I recipienti erano poi allineati sul davanzale della sua finestra che dava sul fiume e illuminava la bottega: dunque sempre sott’occhio.
Il contenuto per effetto della fermentazione, assumeva lentamente una colorazione bruna e una gradazione sempre più alta all’olfatto. Simultaneamente, una qualche fauna si sviluppava in questa pasta grassa, sotto forma di minuscoli vermi bianchi che saltavano di qua e di là, quando si sollevava la carta che ricopriva i vasi.
A quel punto soltanto, mio zio iniziava a consumare questo condimento di odore e sapore assai
“ violenti”.
Lo guardavo tagliare col suo coltello delle spesse fette da una grossa pagnotta e cospargerle, senza parsimonia, di questo “ companaixu” condimento, vermi compresi.
Era la sua invariabile merenda annaffiata da due “goti” bicchieri del nostro incomparabile “russese” .
Il suo maneggio mi divertiva molto. Ma, mi guardavo bene dall’avvicinarmi troppo.
Scappavo piuttosto, quando insisteva per farmi assaggiare una delle sue tartine, tanta era la mia repulsione.[...]

Di Marino Cassini

[...]

La pastorizia

Un tempo, unitamente all'agricoltura, costituiva la fonte primaria sostentamento. Ne è testimonianza la costante presenza nei documenti notarili di clausole inerenti la pastorizia e i luoghi da adibirsi a pascolo, fonte di perenni contese fra i paesi della valle.
Il Rossi, nella Storia del Marchesato di Dolceacqua, cita, ad esempio, un passo di uno Statuto del 1267 in cui il legislatore così divideva alcuni territori dei comuni di Baiardo, Isolabona e Apricale: "coherencie sunt iste: primum podium Abrigi et descendit per vallonum Abrigi et vadit per passum Gallinayra colligendo totam Canavairam et ferit usque ad terram Bayardi. Item a Collecta Bassa Marcole descendendo per vallonum usque ad aquam Bunde et a dicta Macole usque ad territorium Bayardi.”
Oggi, tranne qualche gregge che ancora pascola lungo le pendici del monte Toraggio, la pastorizia è scomparsa. Una scomparsa recente perchè durante il periodo dell'ultima guerra non era raro vedere greggi pascolare lungo i torrenti o fra gli uliveti. Si trattava per lo più di animali di proprietà di varie famiglie, allevati sia per stallatico sia per la produzione del latte, allora assai scarso.
In passato, all’arrivo della stagione del pascolo, i pastori salivano a S.Giovanni verso i verdi pascoli dove vivevano all’aperto o trovavano rifugio in grotte o malghe. La produzione casearia cui si dedicavano consisteva nella produzione di piccole forme di formaggio pecorino chiamate tumete e nel fornire ai consumatori del fondovalle il cosiddetto brussu, una pasta densa e piccante, ottenuta dalla fermentazione del latte cui era stato aggiunto caglio, sale, pepe e acquavite. Un alimento ancor oggi presente sulle mense locali. Il suo consumo fu così alto in passato da dare persino il titolo ad una commedia in dialetto ventimigliese: "L'amuu u l'è ciù forte du brussu".[...]

mercoledì 7 ottobre 2009

Rossese di Dolceacqua, un altro riconoscimento.

Immagine tratta da Sanremo News

Oggi Dolceacqua ha ricevuto un altro riconoscimento, i vini Maixei della cantina 'Riviera dei Fiori scarl' entrano per la prima volta nella Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso.
Un 'altro riconoscimento che permette a questo ridente borgo di continuare a mantenere il primato come produttore di vino, primato che mantiene dall'epoca medioevale quando, tra il XIII e XIV secolo, i monaci benedettini erano i maggiori produttori di vino.

Da Sanremonews
[...]
I vini Maixei della cantina 'Riviera dei Fiori scarl' entrano per la prima volta nella Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso, ed è un ingresso di quelli che non passano inosservati. Sono infatti due le bottiglie targate Maixei che ottengono il riconoscimento della prestigiosa guida: il Rossese di Dolceacqua Doc Superiore 2007 e il Vermentino Riviera Ligure di Ponente Doc 2008. Il Rossese Superiore, secondo tra quelli citati nella Guida, ottiene 16,5 punti e ben quattro su un massimo di cinque bottiglie con le quali vengono classificati i migliori vini del nostro paese. Il Vermentino RLP invece si guadagna uno spazio altrettanto importante tra “i migliori acquisti della regione”, ottenendo il primo posto per la qualità al miglior prezzo. Importante anche l’inserimento al settimo posto del Rossese Superiore, sempre nella rubrica dei vini 'affare'.Continua a leggere

Se invece volete scoprire la storia e le tradizioni della viticultura nella val Nervia e nelle valli limitrofe nel medioevo, leggete di seguito.


Da Cultura Barocca
[...]
La coltura della vite dall'epoca medievale (in effetti esistono segnali ma ancora troppo vaghi per quanto concerne il periodo romano) fu una costante (per quanto l'ambiente potesse venir danneggiato da calamità varie con conseguente carestia) dell' agro della valle che prende nome dal torrente che l'attraversa, il Nervia (e seppur in misura minore di tutto il contado intemelio, compresa la diramazione occidentale e soprattutto quella levantina).
Nei documenti più antichi [ben studiati da Laura Balletto ma sempre suscettibili di qualche utile integrazione critica] riguardanti l'agro nervino e soprattutto la sua piazza più importante, quella di Dolceacqua (XIII-XIV secolo) la viticoltura (praticata sull'esperienza della grangia benedettina secondo la tecnica architettonica popolare dei muri a secco ideale per recuperare spazio coltivo nelle ridotte proprietà dell'economia curtense ligure) risulta menzionata nei documenti notarili in maniera frequente: la si trova citata sia in atti che riguardano privati cittadini sia il potere ecclesiastico che la vera e propria autorità signorile [peraltro proprio i Signori di Dolceacqua, cioè i Doria, realizzando una via alternativa per raggiungere un loro approdo nell'agro di Ospedaletti e non pagare pedaggio alla Comunità di Ventimiglia, al fine di attraversarne l'agro e raggiungere i porti del Nervia o del Roia, ci testimoniano, più o meno direttamente, che nel XIV secolo il loro dominio sfruttava già commercialmente la buona produttività nei settori agricoli dell'olivicoltura e della viticoltura].
Non mancano comunque utili segnalazioni per quanto concerne altre zone a prevalente carattere rurale come alcune vallicelle periferiche (interessante il caso del vino di Latte) o, sempre a titolo esemplificativo, in prossimità del centro medievale la zona del rio Resaltello: per non dimenticare, procedendo verso levante, l'importante agro pianeggiante di Nervia, la sua naturale prosecuzione nell'agro di Campus Rubeus, il complesso ed enigmatico sistema geografico dell'Armantica/ Almantiqua, diversi siti agricoli e zone rustiche duecentesche dall'odierna località dei Piani di Vallecrosia all'agro di Soldano od ancora l'importante area geopolitica in cui si sarebbe successivamente evoluta la quattrocentesca villa di Bordighera.
Il vino era commercializzato sulla piazza intemelia ma purtroppo non si recupera dagli atti alcuna notazione (se del tipo bianco, rosso, rosato) : soltanto, qualche volta, viene segnalata la zona agricola di provenienza o di produzione.
Si trattava comunque di buon vino da tavola, esportato "a Savona, Arenzano, Voltri, Genova e Chiavari": dopo esser stato imbarcato su navi di vario tipo [comunque soprattutto bucii e quindi leudi] sia all'approdo del Nervia che al porto canale mercantile del Roia).
La vendemmia era precoce ed i vini nuovi comparivano a fine luglio mentre la massa della vinificazione si teneva già a metà di settembre (non essendo ancora avvenuta l'adeguazione gregoriana del calendario esisteva una sfasatura di dieci giorni fra la stima calendariale e quella astronomica).
Botti di varia dimensione e capacità, spesso di pregiato rovere, conservavano il prodotto: nel XIV sec. la commercializzazione del vino di val Nervia sul mercato locale e regionale giunse a 160.000 litri (appena un secolo prima - di Amandolesio, cart. 56-7, annata 1258/9 - a tal quantità era giunto tutto il territorio intemelio compresa la val Nervia, mentre la cifra, dall'annata seguente - a 20.742 litri -, cominciò progressivamente ad incrementare).
Solo nel '400 il vino avrà la denominazione di vermiglio (vin vermiglio) ma basandosi ancora su tecniche generiche di identificazione, come per esempio nell'agro vallecrosino, legate alla segnalazione del luogo di provenienza dei vitigni e di relativa vinificazione: fu questo il caso del vermiglio della fascia longa.
Poi nel '500 comparirà il MOSCATELLINO del Ponente ligure, un vino di pregio non comune che nel 600 (secolo in cui peraltro cominciano a comparire i primi trattati scientifici di viticoltura) sarebbe stato esaltato addirittura da eruditi e poeti.
L' importanza del vino nella civiltà medievale e successivamente nell'epoca intermedia non si limitava tuttavia alla pur eminente funzione alimentare ed eventualmente, con tutti i pericoli congeniti, euforizzante: né le valenze religiose e sacramentali del vino nell'eucarestia potevano giustificare il valore assoluto che gli era conferito.[...]

In questo periodo ho ripreso a frequentare Dolceacqua assiduamente, devo dire che camminare tra i carugi del borgo è un piacere, respirare il profumo del mosto di rossese che si diffonde nell'aria è una sensazione unica........

Soluzione del crittogramma sinonimico.

Soldano, immagine reperita sul sito di Fausto



Ieri sera ho pubblicato il crittogramma sinonimico, l'amico Fausto del sito Soudan ha indovinato la soluzione.
E' stato anche molto bravo l'amico di facebook Stefano di Dolceacqua il quale già ieri sera ha indovinato, mi ha anche detto che il crittogramma era troppo semplice.....gli ho promesso che il prossimo sarà molto difficile...

La soluzione è :

NON C'E' NESSUNO.

martedì 6 ottobre 2009

Crittogramma sinonimico, per giocare un po'...


Crittogramma sinonimico (3, 1’1, 7)

E’ ASSENTE ULISSE

(Ritornate sui banchi di scuola, quando leggevate l’episodio del ciclope Polifemo, e cercate di ricordare lo stratagemma di Ulisse)


Questo è un crittogramma inedito, creato da Marino Cassini.
Domani pubblicherò la soluzione

lunedì 5 ottobre 2009

Isolabona paese delle arpe e.... " La caduta di un re" di Marino Cassini

Credo di essere una blogger fortunata...mi spiego.

Quest'oggi ho ricevuto una mail da parte di Marino Cassini, in allegato ho trovato una storia inedita intitolata "La caduta di un re" scritta questa estate durante la sua vacanza a Isolabona, mi reputo fortunata perchè ho il piacere di ricevere questa breve storia in dono per farne l'uso più appropriato.
Essendo una blogger il cui blog tratta delle tradizioni e della storia di Isolabona, non posso far altro che pubblicarla anche perchè, Marino Cassini, la pensa proprio come me...
Marino Cassini avete già avuto modo di conoscerlo, è uno scrittore di fama di libri per ragazzi, ha condotto studi sulla storia e sui personaggi storici del nostro paese, insomma una persona colta che mette a disposizione i suoi lavori di ricerca solo con lo scopo della divulgazione, peccato che non sia mai stato interpellato per dare un contributo.






Di Marino Cassini


La caduta di un re.

Isolabona su Internet viene definita “il paese delle arpe” e si precisa che il toponimo deriva dall’unione di “insula”, un’isola circondata da due torrenti e dall’aggettivo “bona” per l'arte musicale che questo borgo rappresenta.
Mi sembrano affermazioni improprie in quanto il termine bona non ha alcuna attinenza con l’arte musicale e Isolabona non ha nessuna tradizione in fatto di arpe. Chissà che cosa potrebbe pensare un abitante di Piasco (CN), il paese che ospita una delle più importanti aziende di costruttori d’arpe nel mondo, di fronte a tale attribuzione!
Più giusto sarebbe stato affermare che Isolabona ospita una apprezzata manifestazione annuale che presenta ad un pubblico scelto, proveniente dalla costa ligure e dalla costa azzurra (da Imperia a Nizza) un festival con celebri artisti internazionali che dell’arpa hanno fatto il loro strumento preferito.
E Isolabona per il caratteristico borgo medievale, la presenza di un castello diruto (oggi restaurato dalla Provincia e dal Comune), offre il luogo ideale che fa da cornice ad uno spettacolo che esalta uno strumento musicale le cui origini affondano nella notte dei tempi e sono giunte sino a noi dai periodi biblici. Non vì è dubbio che l’intuizione del primo organizzatore abbia avuto un esito favorevole, tanto che si è oggi giunti alla tredicesima edizione e lo strumento, un tempo poco noto o addirittura sconosciuto nella cultura isolese, è oggi conosciuto da tutti.
Oltre al festival il paese ha legato la sua notorietà anche alla presenza di statue e pannelli, riproducenti persone intente a suonare l’arpa, posti nei punti più suggestivi e pittoreschi del borgo. Persino l’illuminazione della strada che va dall’inizio del paese al Santuario della Madonna ripete il motivo con tubi al neon a forma di arpa.


Ma se la manifestazione musicale, rinnovandosi annualmente, riscuote da tredici anni un successo, esaltato dai mass media, altrettanto non si può dire del contorno visivo formato dalle statue e dai pannelli posti in punti strategici.

Sono tutti opera di uno stesso scultore, che ha voluto conferire alla materia usata per scolpirli una patina bronzea che non ha retto al detto latino “aere perennius” in quanto sono presto comparse crepe, scrostature, scritte varie dovute ad atti vandalici di qualche sconsiderato che ha voluto apporre la sua passione pittorica” imbrattando alcuni monumenti o peggio deteriorandone altri.
A questo si aggiunge la poca sensibilità del Comune, l‘indifferenza dei vari assessori alla cultura che si sono avvicendati nel tempo e l’incuria della manutenzione.
Ho davanti agli occhi due monumenti legati al tema delle arpe.
Uno si trova in una piazzetta, ai piedi del Monte Carmo, in riva al Rio Merdanzo, quel rio dallo strano nome che fu immortalato dalla penna e dal pennello di Antonio Rubino, illustratore del “Corriere dei Piccoli” e dalla penna di Italo Calvino che lo scelse come dimora “arborea” per Cosimo di Rondò, il protagonista del Barone Rampante.
Oggi la statua, un uomo sdraiato con un’arpa tra le braccia, è imbrattata dai soliti writers, scrostata dal tempo, mutilata in varie parti.
Ma la discesa verso il basso l’ha subita la statua più imponente, quella che fu posta all’ingresso del paese, la statua di Re David, assiso su uno scranno, dal volto pensoso, in posa ieratica, con un’arpa tra le mani, assorto in una muta melodia.
Oggi dov’è?
Ho ritrovato l’imponente (un tempo) statua di Re David dietro casa mia, in fondo ad un posteggio-auto, rivolta verso il mare, abbandonata a se stessa, negletta da tutti, con parti mancanti, qualche dito in meno, quelle dita che in tempi biblici pizzicarono le corde e fecero di lui uno tra i più noti maestri d’arpa dell’antichità.
Scrostata, con crepe e qualche accenno di muffa, la statua ha come compagnia fissa una macchina abbandonata, arrugginita, un rottame un tempo appartenuto alla Comunità Montana, immobile da anni, con le gomme flosce, un mucchio di ghiaia, una specie di toilette fissa per cani e gatti, e, poco distante, la presenza di un enorme capannone, una mega-palestra per un mini-paese, inutilizzabile per buona parte dell’anno.


Re David ha lo sguardo rivolto verso occidente, verso il punto dove il sole tramonta. Mi ha subito richiamato alla memoria un’altra celebre statua, quella presente nel suggestivo racconto di Oscar Wilde Il Principe felice e la sua rondine, il cui compito era stato quello di rendere felici i diseredati.

Re David , invece, è solo, solo con i suoi ricordi di terre lontane, di ampie distese desertiche dove combatté per il suo popolo. Forse pensa alla sfida con Golia, ai suoi amori, a Betsabea in particolare, per amore della quale commise il delitto di mandare a morte il marito ma poi si riscattò scrivendo quel salmo stupendo che è il Miserere.
Chissà se per questa sua caduta piange. Lacrime non ne ho mai visto. Se piange, forse lo fa al mattino, confondendo le lacrime con le gocce di rugiada. Così non se ne accorge nessuno.
Un re non può farsi vedere mentre piange.
E questa visione mi suggerisce solo un pensiero: “Isola, io così non ti vorrei”.

Di queste statue ne avevo già parlato qui, feci anche alcune fotografie, fu uno dei miei primi post.



sabato 3 ottobre 2009

Bandiera Arancione, quando la meriterà Isolabona?




Ricevere questo riconoscimento, credo, il più ambito in campo turistico promozionale, è uno dei traguardi più ambiziosi per le amministrazioni locali.
I nostri vicini di casa, Dolceacqua e Apricale lo hanno già ricevuto da molti anni, quando toccherà a Isolabona?

Prima di trovare le parole giuste ho dovuto riflettere, e non poco.
Ogni giorno mi sforzo per raccontare questo borgo sotto vari punti di vista, quello storico, paesaggistico e naturalistico, di materiale, posso dire di averne tantissimo.
Mi riesce facile raccontare ciò che rappresenta per me questo luogo, ma appena mi reco in "paese" mi devo scontrare con la triste realtà, ciò che si vede è ben diverso...per mia fortuna, la storia e la natura non possono essere modificate!!!

Sono trascorsi cinque mesi dalle elezioni amministrative con la nomina del "nuovo" sindaco e relativi assessori, fu un plebiscito, ma a me sembra di abitare sempre nello stesso paese.
Questa estate si sono svolti diversi appuntamenti culturali, tra cui il festival delle arpe, quelle arpe che il nostro Sindaco ci vuole per forza "affibbiare" con la dicitura "Isolabona il paese delle arpe", ma dove lo ha letto o chi gli ha detto che Isolabona è il paese delle arpe?
Che si faccia il festival mi sta anche bene ma una forzatura così...proprio no.
Gira voce che sulla pavimentazione della nuova Bunda, verrà fatto con le pietre un grosso disegno a forma di arpa, i nostri numeri civici "nuovi ma non ancora collaudati" riportano il simbolo dell'arpa, ma ripeto, Isolabona non è il paese delle arpe.
Isolabona è il paese in cui si sono consumati tanti avvenimenti di storia locale, Isolabona è un luogo meraviglioso che ha bisogno solo di una ripulita, e quanto pare neanche questa amministrazione si degna di farlo.
Ma cosa stanno facendo gli assessori?
Quando attraversano il paese a piedi, vedono dove mettono i piedi?
E i consiglieri che abitano altrove, chi ad Arcore e chi a Imperia si rendono conto al loro arrivo in che condizioni si trova questo paese?
E il vice Sindaco scenderà dalla "sua collina" ogni tanto per partecipare alle riunioni della giunta, e non vede?
"La forma è il vestito della sostanza" e con questi presupposti come si può pensare di arrivare a tanto?

Per ottenere la bandiera arancione credo serva partire dal basso con un po' di umiltà e qui mi fermo anche se di cose da scrivere ne avrei tante..
Siccome chi mi rappresenta non comunica su questa tribuna, ruberei solo del tempo a chi solitamente mi legge comunicando.


Da riviera 24

Il marchio di qualità turistico-ambientale del Touring Club Italiano, assegnato anni a oltre un centinaio di borghi italiani, fu ideato e avviato nel 1999 dalla Regione Liguria e sempre in Liguria, nel 2002, a Dolceacqua, venne costituita l’Associazione Nazionale dei paesi Bandiera Arancione.
In Liguria oggi i paesi Bandiera Arancione sono: Sassello ,Toirano e Castelvecchio di Rocca Barbena nel Savonese, Santo Stefano D’Aveto in provincia di Genova , Varese Ligure, Castelnuovo Magra, Brugnato nello Spezzino, Dolceacqua, Apricale, Triora, in provincia di Imperia. A Brugnato domenica, saranno tutti presenti con stand e i loro prodotti tipici nel chiostro del museo diocesano per la 2° Rassegna Regionale.
Alle 10,30, al centro congressi di Brugnato, è in programma un convegno “ Bandiere Arancioni liguri: eccellenze dell’entroterra tra turismo, ambiente, agricoltura”., alla quale hanno dato l’adesione il Presidente della Regione Burlando e 3 Assessori Regionali Bozzano, Cassini, Zunino ed i 4 Assessori al Turismo delle Province Liguri, che risponderanno ai temi proposti dal Presidente dell’Associazione Fulvio Gazzola, moderati dal giornalista Paolo Zerbini.
Nell’occasione l’Assessore Regionale al Turismo Margherita Bozzano annuncerà i nomi dei Paesi che sono in corso di analisi da parte del Touring Club Italiano e che potrebbero ottenere la Bandiera Arancione entro la fine dell’anno.
Tra questi un numero importante appartengono alla Provincia di Imperia, a testimonianza della maturità che i piccoli Borghi del nostro entroterra hanno compreso di affrontare l’offerta turistica dei prossimi anni, puntando sulla qualità.

giovedì 1 ottobre 2009

Il casato dei Cane. Il più numeroso a Isolabona già nel 1573



Questa mattina nel post dedicato al libro di Andrè Cane, l'amica signora in rosso dell'omonimo blog, ha scritto:

" Ma Cane è un cognome comune, o sono tutti parenti o antenati? Perchè appare spesso...."

Cane è un nome molto comune a Isolabona, è un casato che già nel passato rappresentava uno tra i più numerosi.
In ambito storico, è possibile trovare questo cognome registrato negli atti di riunioni che richiedevano la partecipazione dei capi famiglia e che coinvolgevano l'intera comunità.
Vi sono cognomi che perdurano e altri ancora che sono scomparsi.
Il casato dei Cane è il casato che ancora oggi è tra quelli più numerosi.
Non posso evitare di citare il Cane più famoso tra noi blogger, Alberto, che tanti di voi stimano e apprezzano per ciò che pubblica, me compresa-
Di seguito uno stralcio di uno studio eseguito da Marino Cassini, che analizza in un contesto particolare, il numero approssimativo degli abitanti ed elenca i casati esistenti a Isolabona già nel lontano 1573.[...]


Marino Cassini scrive

[...]

Nel 1672 scoppiò la guerra tra il ducato di Savoia e la Repubblica di Genova le cui fasi belliche investirono anche l’alta Val Nervia. Pigna era tenuta sotto il controllo dei sabaudi e la foce del torrente Nervia era controllata dai genovesi. Sembra che il contingente sabaudo fosse composto da 700 uomini di Perinaldo, 500 di Dolceacqua, 500 di Apricale e 300 di Isolabona,
Tale notizia relativa al contingente di Isolabona ci permette di fare una digressione di carattere demografico per verificare il numero degli abitanti del paese.
Per meglio valutare i dati che i documenti mettono a nostra disposizione, occorre risalire al documento del 3 settembre del 1573, relativo alla divisione tra le comunità di Apricale e di Isola. In esso si legge: “Congregato pubblico parlamento in Ecclesia Beate Marie Magdalene Insulebone sòno campane ut moris est de mandato dominum consulum, in quo parlamento interfuerunt...” e seguono i nomi di tutti i presenti radunati in chiesa per decidere, per un totale di 84 uomini - ovviamente si trattava dei capifamiglia. Ma tale numero non comprendeva la totalità della popolazione in quanto, dopo l’ultimo nome, il notaio che scrisse il documento aggiunge: “et qui omnes faciunt ultra duas tertias partes hominum loci”.
Il che sta ad indicare che i nuclei familiari erano all’incirca 110/120, in quanto le decisioni erano sempre demandate ai capofamiglia. Calcolando, quindi, che una famiglia tipo fosse in media composta da un minimo di cinque membri, se ne deduce che nel 1573 la popolazione di Isolabona ammontava a circa 550/600 anime.
Un successivo documento risalente al 1692 ci conferma il numero delle famiglie precedentemente ipotizzato. Si tratta di un documento in cui si parla di una riunione per discutere una questione relativa alla raccolta delle foglie morte. Alla riunione avvenuta in Isolabona parteciparono 114 capi famiglia. Nell’arco di 120 anni la popolazione era rimasta costante.
Di notevole interesse per i casati già allora esistenti è il documento del 1573 nel quale vengono riportati i cognomi dei presenti: troviamo Anfosso, Bachialoni, Bernardi, Boero, Borfiga, Cane, Cassini, Causamilia, Colla, Garino, Garti, Giraldi, Gno, Grillo, Liberale, Lora, Marchetti, Martini, Melano, Molinari, Moro, Noaro, Peitavino, Pisani, Planensi, Rastelli, Testa, Tibaudo, Ugheto, Veziano. Tra i casati più numerosi vi erano i Veziano, i Cane, i Noaro, i Borfiga, i Boero.
Da tali calcoli ne deriva che, durante le continue guerre, l’economia agricola, unico sostentamento della popolazione, doveva soffrire non poco se si considera, ad esempio che l’invio di 300 unità nelle file sabaude doveva aver lasciato in paese solo i più vecchi, le donne e i bambini. Una situazione che dovette ripercuotersi duramente sull’agricoltura e arrecare notevoli danni anche alla pastorizia, soggetta a razzie e saccheggi.
A questo si aggiungeva la continua necessità di legname da parte degli eserciti e il conseguente taglio di alberi, di pali divisori, di palizzate, operazioni che vanificarono in breve tempo anni di paziente lavoro. Ecco perché l’inizio del XVIII secolo si presentò sotto infausti presagi i quali, negli anni successivi, si avverarono puntualmente.
Molte notizie su quanto in realtà avvenne sono ricordate nel già citato documento del notaio Lorenzo Borfiga di Isolabona, conservato presso l’Istituto di Storia Ligure di Bordighera e altre ancora nelle memorie di Gio Antonio Cane, entrambi prodighi di notizie di cronaca relative al comune.[...]


Quella di seguito è la tabella dei cognomi più diffusi a Isolabona oggi, tratta da qui:

Cane al 23,32%
Moro 16, 96%
Cassini 14, 84%
Noaro 14, 84
Veziano 14, 84%
Martini 12, 72%
Boero 8, 48%
Ferrari 6, 36%
Malivindi 6;36%
Pastore 6, 36%